CONTROINFORMAZIONE INTERNAZIONALE N.6

500 ANNI DI CONQUISTA

Comitato di appoggio alla guerra popolare in Perù

In questo periodo, nel quale si parla molto, e spesso a sproposito, sia da parte dei mass-media di regime, sia all'interno del movimento antagonista, sul tema della conquista e colonizzazione del "Nuovo Continente", in occasione del ricorrere del cinquecentenario della scoperta dell'America, si pone con forza la necessità di una analisi ed una lettura di classe del significato di tale evento, che spazzi via molti luoghi comuni, falsificazioni e visioni opportunistiche, purtroppo assai diffuse.

Ci troviamo sostanzialmente di fronte all'affermarsi di due posizioni predominanti: da un lato quella dell'imperialismo, della gerarchia ecclesiastica Vaticana e di tutti i governi dei paesi dell'America Latina, espressioni degli interessi delle rispettive borghesie compradore o burocratiche, che identificano, in sintesi, la conquista come "incontro di due culture" e festeggiano tale avvenimento. Poco importano i tentativi dei governi latinoamericani di differenziarsi dall'imperialismo, con pose populistiche e vittimistiche, quando in realtà ne sono i fedeli servitori: la sostanza non cambia, sia che si tratti di governi socialdemocratici (Ecuador, Bolivia, Venezuela, ad esempio), sia di governi di stampo più "centrista" (Cile, Brasile, Argentina, Messico, Colombia, Perù, ecc.).

C'è poi un'altra posizione, apparentemente contrapposta alla prima, comune a settori della chiesa, soprattutto quelli legati alla cosiddetta "teologia della liberazione", alla sinistra istituzionale e riformista ed a settori opportunisti di vario tipo, che si può sintetizzare nel concetto: "l'uomo bianco ha sterminato l'indio, il buon selvaggio".

A parte la prima posizione, che non ha bisogno di particolari commenti, dato che i settori dai quali proviene ne delineano chiaramente la connotazione di classe e reazionaria, é, a nostro avviso, soprattutto la seconda posizione che va combattuta e smantellata, in quanto ambigua e pericolosa, per le sue possibilità di penetrare all'interno dei settori popolari e di classe, creando confusione ed ambiguità, facendo cioé, in ultima analisi, il gioco dell'imperialismo, dandogli una copertura "da sinistra" che non intacchi, anzi rafforzi, la sostanza del suo dominio.

Per far questo è assai utile partire dalla elaborazione teorica e politica di José Carlos Mariategui, fondatore del Partito Comunista del Perù, che nella sua opera "Sette saggi di interpretazione della realtà peruviana", scritta nel 1928, individua in modo molto chiaro la reale natura del problema, dando indicazioni valide tuttora e non solo per il Perù, ma per tutta l'America Latina. Mariategui, applicando il metodo marxista all'analisi della realtà delle popolazioni indigene peruviane ed andine in generale, supera le posizioni filantropiche e paternalistiche che avevano trovato la loro più alta espressione, agli inizi del secolo, nell'attività della "Asociacion Pro-Indigena", fondata da un gruppo di intellettuali piccolo-borghesi, tra i quali spiccavano le figure di Dora Mayer e Pedro Zulen. Questo gruppo, pur avendo avuto un ruolo positivo, riprendendo le posizioni di denuncia della situazione di oppressione e sfruttamento degli indios, già segnalate secoli prima, in epoca coloniale, da frà Bartolomé de Las Casas, non aveva saputo superare i propri limiti per giungere ad individuare il carattere di classe e non razziale del problema indigeno. Mariategui per primo afferma che in realtà il problema indigeno è il problema della proprietà della terra, del latifondo, del dominio feudale che esercitano le classi dominanti legate all'imperialismo sulla popolazione contadina. Egli caratterizza la società peruviana come semifeudale e semicoloniale: semifeudale perché i rapporti di produzione di tipo servile coesistono con forme embrionali di sviluppo capitalistico e semicoloniale perché se si può dire che l'indipendenza è stata raggiunta sul piano politico formale, ciò non è avvenuto sul piano economico: la colonia è continuata, solo che al dominio spagnolo e portoghese si è sostituito quello del grande capitale monopolistico prima inglese e poi, dall'inizio del '900, nordamericano.

L'analisi di Mariategui è tuttora attualissima per gran parte dell'America Latina e le nazioni oppresse in generale e ci permette di superare le posizioni indigeniste e filantropiche che ora, dopo quasi un secolo, si ripropongono nella sostanza immutate, sostenute da quanti non vogliono individuare il carattere di classe della situazione delle popolazioni indigene, per non entrare in contrapposizione con l'imperialismo, che finiscono con l'appoggiare. Stiamo parlando della chiesa legata alla cosiddetta "teologia della liberazione", utile strumento di controllo sulle popolazioni contadine e sulle masse popolari in America Latina, perché non assumano chiare e coerenti posizioni di classe e rivoluzionarie; un ruolo svolto dando una riverniciatura al pensiero sociale cattolico, che nulla ha a che fare con una analisi marxista scientifica, anche se strumentalmente utilizza categorie marxiste, per infiltrarsi tra le masse e svolgere il proprio ruolo controrivoluzionario. Non a caso questa corrente interna alla chiesa cattolica appare all'inizio degli anni '70, quando si acutizza la crisi sociale e politica in America Latina e la chiesa si vede obbligata a modificare le proprie posizioni, per mantenere il proprio ruolo al servizio delle classi dominanti, i cui interessi sostanziali non vengono infatti mai posti in discussione.

Analogo il ruolo della sinistra riformista e revisionista, che sia in America Latina, sia nei paesi imperialisti, piange per la miseria e lo sfruttamento dei popoli del cosiddetto "Terzo Mondo", mentre predica da un lato la "pace sociale" e la fine della lotta di classe, e dall'altro gli "aiuti per lo sviluppo", utili strumenti di controllo sociale nell'ambito del processo di ristrutturazione imperialista.

Per non parlare degli organismi di cooperazione e "volontariato" finanziati dai governi imperialisti per servire come strumento di penetrazione tra le masse popolari, per creare gruppi privilegiati tra la popolazione, per dividere le masse ed esercitare una funzione di controllo sociale, distribuendo qua e là qualche "elemosina" ed "aiuto umanitario", per impedire lo scoppio della rabbia popolare contro il nemico di classe.

Per sostenere queste posizioni, questi settori, apparentemente progressisti, si collegano anche con le posizioni reazionarie presenti in gruppi indigenisti latinoamericani filogovernativi, che parlano genericamente di" Resistenza indigena", di antimperialismo, ma senza una vera ottica di classe, anzi riproponendo il problema in termini razziali ed antropologici. Si parla di difesa delle tradizioni indigene, della cultura indigena, concetti certamente validi, ma solo se inseriti in una analisi globale della situazioni delle masse popolari e proletarie, di cui gli indios fanno parte. Altrimenti si ripropone solo un ritorno al passato, ad un sistema come quello incaico, ad esempio, che non era certo comunista, ma statalista e dispotico.

Non si tratta di salvare il folklore, le usanze, spesso falsa espressione di una cultura superata dall'evoluzione della formazione sociale e dei rapporti di produzione. Non si tratta, ad esempio, di difendere la sacralità della foglia di coca come fatto culturale, dimenticando che durante l'Impero Incaico essa era utilizzata solo dalle classi dominanti nobiliari e religiose, mentre il consumo di massa fu diffuso ed imposto dagli spagnoli per rendere più produttivi gli indios costretti a lavorare, in una condizione di schiavitù, nelle miniere d'oro e d'argento. Si tratta invece di difendere gli attuali contadini-indios che producono quanto il mercato dei paesi imperialisti richiede, in questo caso la foglia di coca, come unico prodotto che da di che vivere, ricordando che proprio tali paesi, gli USA in primo luogo, alleati alle borghesie locali, sono i veri organizzatori e fruitori del traffico di droga, e poi, allo stesso tempo, i sostenitori della "lotta al narcoterrorismo", sbandierata per attaccare i movimenti rivoluzionari e guerriglieri dei paesi andini, ed in particolare la Guerra Popolare in Perù, che si sviluppa da ormai più di 11 anni, sotto la guida del Partito Comunista del Perù (Sendero Luminoso).

Non si tratta insomma di parlare di razza, cultura, usanze, folklore, ma di individuare il ruolo dell'indio-contadino nella lotta di classe in America Latina.

Questo permette a chi lotta qui, nei paesi del Centro Imperialista, di individuare soggetti rivoluzionari con cui rapportarsi e, nel caso dell'America Latina, in primo luogo i combattenti comunisti rivoluzionari peruviani, la Guerra Popolare attraverso la quale l'indio riprende in mano la propria storia a partire dalla propria condizione di classe, nella lotta contro l'imperialismo, le borghesie compradore e burocratiche che lo servono, in stretta unità con il resto del proletariato e le masse popolari, con il comune obiettivo della rivoluzione mondiale.

L'elemento centrale di una posizione sul cinquecentenario della Conquista dell'America non deve essere quindi l'ambiguo pacifismo, non i lamenti o le false denunce opportunistiche sulla condizione dei "poveri indios", ancora una volta compatiti in un'ottica pienamente eurocentrica, ma l'unità nella lotta per la conquista del Potere e per il comunismo, in America Latina ed in tutto il mondo, con un unico nemico : l'imperialismo ed i suoi servi di ogni tipo, comunque mascherati.

Comitato di appoggio alla guerra popolare in Perù

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