CONTROINFORMAZIONE INTERNAZIONALE N.9

IL FUTURO CI PONE DELLE NUOVE SFIDE

Revolutionäre Zellen

La causa della crisi delle RZ e della crisi della lotta armata noi la collochiamo in punti diversi rispetto a voi.

1. La questione del potere e del contropotere rivoluzionario.

La propaganda armata, che come forma di opposizione presenta alcuni limiti, ha determinato troppo la politica delle RZ. Si è sempre girato intorno alla domanda su come è possibile sviluppare un contropotere rivoluzionario. Evidentemente questa posizione è apparentemente inaffrontabile: vengono puntati i riflettori su determinati problemi e poi si lascia alla cosiddetta "opinione pubblica" la decisione se affrontarli o no. Questo può trasformarsi in un rituale nel quale più nulla si muove, né personalmente, né socialmente. Non ci si assume più alcuna responsabilità per lo sviluppo in avanti di un processo politico, nel quale si tratta innanzitutto di contenere il potere degli oppressori per riversarlo poi nelle lotte più sviluppate, per rendere possibile una società senza classi e antipatriarcale.

Chi ha veramente questo come obiettivo, ma non si pone il problema centrale di come conquistare il potere, è un sognatore/trice, che resta fermo ai rapporti esistenti. E' dunque importante il dibattito su come si possa sviluppare positivamente un contropotere, su come cioè ci si possa opporre agli abusi del potere. Questo non lo otteniamo se la questione viene addirittura resa un tabù. In che modo è possibile - come scrivete voi - ottenere lo "sviluppo di una maggiore autodeterminazione" se non attraverso lo sviluppo di un contropotere?

Nulla ci viene regalato, eccetto i prati per i giochi, le nicchie che ci dovrebbero corrompere. Proprio l'esperienza del Cile del 1973 e della Spagna del 1936-39 ci dovrebbe insegnare, che la borghesia internazionale ignora i nostri sogni e la nostra "autodeterminazione", se noi non poniamo dei limiti ai potenti e questo significa: politicamente e militarmente.

2. L'interdipendenza tra la guerriglia e il movimento:

Voi descrivete il sistema di coordinate nel quale le RZ si sono mosse come una via estremamente retta: opposizione armata - rivendicazione - radicamento - massificazione. Questa è una pretesa enorme, perché i processi sociali non si sviluppano in una sequenza tanto lineare. Voi la ponete come verifica e poi constatate il fallimento della politica armata; la conferma della correttezza sarebbe stata una adesione di massa dell'impulso politico delle RZ. Questa è una semplificazione eccessiva.

Contrariamente a ciò che dite, formulate invece una chiara pretesa pedagogica di avanguardia. Voi sollevate l'indice armato e aspettate che il tema venga affrontato dall'opinione pubblica. Intendiamo dire che la gente deve, di volta in volta, decidere da sola e la guerriglia può verificare, dalle reazioni, se le sue aspettative erano realistiche oppure no. Dimostrarsi così dipendenti dalle reazioni dell'opinione pubblica è sintomo di una politica armata riformistica, che non intende agire politicamente in modo strategico. Naturalmente è necessario che questo non si trasformi in una "guerra privata" tra la guerriglia e lo Stato.

Ci sono anche situazioni sociali nelle quali la guerriglia non può avere effetti profondi sulle classi oppresse, perché il processo politico stagna.

Di questo sono responsabili diversi fattori. Per noi però non significa affatto, che la politica armata diventa superflua, ma anzi può assumersi ancora di più dei compiti, che pur non sollevando un'immediata attenzione, tendono ad uno sviluppo nel lungo periodo e pongono l'accento su lotte e obiettivi futuri. Rinunciare alle forze rivoluzionarie armate significa mettere una croce sulla lotta rivoluzionaria perché questa - qualche volta di più, qualche volta di meno - è affidata a queste forze.
La guerriglia assicura ed estende il terreno politico.

Invece di concludere, come conseguenza della poco coinvolgente campagna sui profughi - che la guerriglia ha fallito, bisognerebbe osservare con la lente d'ingrandimento le singole parole d'ordine. La richiesta di "confini aperti" non mette a fuoco la causa del problema, bensì gli effetti, ovvero il movimento migratorio verso le metropoli. Deve invece - attraverso una politica antiimperialista di aggressioni ugualmente coerente - essere collegata ai responsabili della miseria dei popoli del Tricontinente. Diversamente questa richiesta non può far presa nella società qui, oppure diventa controproducente. L'idea di milioni di immigranti desta in molte persone quanto meno preoccupazione, ed offre materiale sociale esplosivo per la chiusura e l'odio verso gli stranieri. Questa richiesta deve essere collegata ad un progetto realistico su come combattere l'imperialismo e su come si possano migliorare le condizioni di esistenza dei popoli del Tricontinente. Fare appello solo a sentimenti umanitari di pietà non è una politica rivoluzionaria, non indica alcuna soluzione ai problemi sociali.

Per quanto riguarda la pretesa di collegare questo tema ai problemi sociali qui: proprio questo tema è difficilmente collegabile ai problemi sociali nel ventre della bestia. Naturalmente individua comunque un giusto nodo, e cioè la politica di affamamento e di distruzione dell'imperialismo nel Tricontinente, che noi non possiamo osservare senza agire, se non vogliamo perdere del tutto la legittimazione morale e rivoluzionaria.

La campagna-profughi priva di un quadro rivoluzionario e di un radicamento più ampi, è rimasta una politica limitata, anche se le intenzioni erano diverse. La differenza, che non ha certo semplificato le cose, è stata che questa volta non si cercava come referente un movimento che già esisteva, ma ci si aspettava che potesse nascere.

Un altro errore della nostra politica complessiva rispetto ai movimenti è stato, secondo noi, di darsi come referente esclusivamente la sinistra radicale. Questa però negli ultimi dieci anni ha avuto una scarsa rilevanza sociale, ed anzi ha condotto un'esistenza ghettizzata - per lo più voluta - dalla quale non sono scaturiti effetti verso l'esterno. Elaborare tutto questo e modificarlo è un compito di primaria importanza.

3. Il crollo del socialismo reale e i suoi effetti sulla sinistra.

Il crollo non è affatto il punto sul quale la sinistra è affondata. Era già da tempo arrivata al capolinea, ed era quindi necessaria una riflessione per individuare gli errori e le mancanze e per poter sviluppare il nuovo assalto. E' particolarmente amaro che tutto questo coincida con l'attuale marcia trionfale dell'imperialismo nel Tricontinente e in Europa dell'Est; ma tanto a che serve lamentarsi.

Il "Nuovo Ordine Mondiale" è pieno di crepe e il futuro ci pone delle nuove sfide. Lo sviluppo di strategia e tattica della politica armata sono all'ordine del giorno, non la resa!

Naturalmente accettiamo la decisione personale di singoli o di singoli gruppi, di abbandonare la politica armata e di attivarsi apertamente pubblicamente. Riteniamo però sbagliato condannare questo tipo di politica con motivazioni strategiche.

Revolutionäre Zellen

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