Senza Censura n. 6/2001


[ ] Editoriale

Dopo 4 mesi torniamo - quasi regolarmente - in diffusione. Come sottolineavamo un anno fa (sc n. 3) lo sforzo principale del gruppo redazionale era e sarebbe stato quello di individuare dei filoni di lavoro utili alla riflessione e al dibattito nel movimento internazionale della classe.
Così, contrariamente a tanta sinistra antimperialista, abbiamo rifiutato un approccio "geopolitico" che proponeva una chiave di lettura dei più recenti conflitti bellici nei termini di improbabili e inattuali conflitti interimperialistici miranti ad una semplice ridefinizione delle aree di influenza delle metropoli imperialiste.
Abbiamo invece più volte sottolineato la necessità di una più approfondita comprensione del processo di riallineamento delle gerarchie del sistema degli stati imperialisti nella definizione dei poli imperialisti e del ruolo decisivo, in questo ambito, di un'istituzione multinazionale quale la NATO che, dati anche i programmi di coinvolgimento di paesi terzi (quali la Defence Capability Iniziative), stava già prefigurando lo schema complessivo del prossimo attacco della borghesia imperialista al proletariato internazionale. Del resto, data la semplice alternativa partnership locale/partnership globale, era evidente che la situazione, più che indebolire, avrebbe comunque rafforzato le relazioni transatlantiche con effetti diretti sulla stessa strutturazione interna del polo imperialista europeo. Affermavamo questo sulla base di una considerazione "storica": che a differenza dei precedenti modi di produzione, in cui le crisi erano determinate dalla miseria ("la carestia"), nel modo di produzione capitalista è lo sviluppo (ineguale) a determinare le crisi. Cosicché, l'emergere di nuove potenze (economiche e demografiche) e l'oggettivo rafforzamento - quantitativo e qualitativo - del proletariato internazionale, costringe la borghesia imperialista a "rivoluzionare" i modi di produrre e i suoi sistemi di dominazione politico-militare.
Nello stesso tempo abbiamo sottolineato che, data l'attuale situazione, l'apertura di nuovi terreni di confronto tra borghesia imperialista e proletariato internazionale come i cosiddetti controvertici, al di là dei variopinti tentativi di una loro maldestra e pura "spettacolarizzazione", avrebbe condotto a risultati non voluti (da parte della stessa borghesia imperialista) nel momento in cui questi terreni sarebbero stati agiti massivamente dal proletariato, anche quello metropolitano.
Gli avvenimenti degli ultimi quattro mesi - in particolare quelli di luglio a Genova e quelli di settembre a Washington e New York - ci hanno confermato in queste convinzioni ponendoci in concreto il problema di come continuare il nostro lavoro e di come riconsiderare la stessa funzione della rivista: "il movimento marcia in avanti sotto la superficie, abbraccia strati sempre più vasti, e anzitutto fra la massa più oscura che finora non s'era mossa; non è ormai lontano il giorno in cui questa massa ritroverà se stessa, in cui le sarà chiaro che appunto essa rappresenta la massa colossale in moto".
(F. Engels, lettera a Sorge del 19 aprile 1890)

Genova 2001
Le mobilitazioni di massa che hanno accompagnato e contrastato la riunione del G8 a Genova hanno messo in rilievo una molteplicità di aspetti dell'attuale scontro tra le classi nel nostro paese e, in generale, nelle metropoli imperialiste. Per questo, e per quanto ci è stato possibile, abbiamo cercato di affrontarli in specifico in diversi interventi di questo numero della rivista. Tuttavia alcuni nodi centrali e generali possono essere precisati già ora giacché assumono un interesse pratico ed immediato rispetto al prossimo futuro della lotta di classe in Italia e in Europa. In primo luogo è apparsa evidente, dopo più di un decennio di mobilitazioni e per la prima volta nel nostro paese, una partecipazione diretta e di massa della classe alla protesta contro il "nuovo ordine mondiale" e le istituzioni sovranazionali in cui si rappresenta.
Ciò ha portato, quasi come conseguenze "naturali", all'emergere di due elementi connessi: una ripresa della lotta di strada quale manifestazione tipica delle azioni di massa della classe e l'affermarsi di una nuova e combattiva generazione proletaria nel nostro paese e in Europa.
Hanno un bel sbracciarsi lo stato, i suoi mass-media e i suoi agenti nella classe a denunciare le "infiltrazioni straniere, terroriste e/o naziste" come causa degli scontri. I fatti hanno la testa dura. La maggior parte degli scontri sono stati sostenuti da giovani proletari italiani e l'unico (?) compagno assassinato si chiamava Carlo Giuliani: un giovane proletario genovese caduto combattendo per gli interessi della propria classe.
In secondo luogo, è apparsa evidente l'assoluta difficoltà, tanto dell'apparato militare "ordinario" dello stato che del suo "ordinario" apparato politico, a contenere e controllare il movimento proletario quando si concretizza in un effettiva mobilitazione di massa.
Così, come capita sempre in queste circostanze, vecchi e nuovi riformisti si sono riproposti come rappresentanti e dirigenti di un movimento che, in quanto tali, li ha già rifiutati sul campo proponendo una vecchia ricetta del controllo statale: la localizzazione (v. in particolare la Lettera al movimento dal Gsf, l'Unità del 23 settembre 2001). Questo, e bisognerà tenerne conto nel prossimo futuro, avrà sicuramente effetti negativi tanto sullo sviluppo del cosiddetto movimento contro la globalizzazione liberista quanto su quello del movimento proletario e, in particolare, sulle prossime mobilitazioni dei lavoratori italiani: il riformismo non è morto, è un morto che non vuole morire.
La stessa borghesia imperialista opera nella medesima direzione preferendo alle inconcludenti vetrine propagandistiche e spettacolari dei "grandi" , come già si è visto durante il G8 di Genova, separati incontri bilaterali (come quello russo-americano) e appartate e lontane riunioni operative dei ministeri-chiave (come quella dei ministri degli esteri e della difesa).
Cosicché gli ormai tradizionali carrozzoni mediatici dei vertici dei "grandi" e delle loro istituzioni sovranazionali (utili solo a propagandare e sanzionare l'accettazione delle loro decisioni da parte dei "piccoli" e a tentare di gestire una specie di spesa pubblica mondiale alla maniera delle esposizioni universali della seconda metà dell'ottocento) sembrano destinati ad un adeguato ridimensionamento.
E comunque, allo stato dei fatti, resta acquisito un dato: l'attuale incapacità dello stato e degli improbabili dirigenti del "movimento" a controllare effettive mobilitazioni di massa del proletariato metropolitano.

Islam e antimperialismo
D'altro canto, come dimostrano gli eventi di Washington e New York, lo stesso attuale sistema degli stati imperialisti non vive situazione migliore sul piano del controllo geopolitico.
Dall'inizio del nostro lavoro ci eravamo sforzati di richiamare l'attenzione sull'oggettiva valenza antimperalista dei movimenti ed organizzazioni islamiste tentando di superare le scorciatoie interpretative di chi vi vedeva esclusivamente un'espressione della incapacità di direzione politica delle borghesie nazionali dei paesi di tradizione musulmana, borghesie incapaci di modernizzare i propri paesi e perciò destinate ad una reazionaria deriva panislamista.
Consideravamo invece l'ipotesi che proprio la "deriva panislamista" fosse la forma in cui si rappresentano reali processi di modernizzazione di questi paesi, forma resa oggettivamente accettabile alla maggioranza delle loro masse popolari e del loro proletariato dall'attuale debolezza politica del proletariato internazionale e dall'assenza di una concreta prospettiva di liberazione internazionale.
Sottolineavamo come le forme di questi processi di riaggregazione politica delle masse fossero strettamente connessi al processo di ridefinizione degli equilibri di potenza nel sistema degli stati imperialisti e che, al di là delle forme ideologiche, rappresentavano un aspetto della lotta di classe su scala mondiale e ne avrebbero condizionato gli sviluppi futuri (tanto sul piano dei rapporti di forza tra borghesia imperialista e proletariato internazionale quanto su quello della stessa composizione di classe nelle metropoli).
Ora, l'attacco al Pentagono e al World Trade Center ha rivelato l'inadeguatezza strategica del sistema di controllo e dominazione del sistema degli stati imperialisti nella sua attuale configurazione. Ciò è stato evidenziato in maniera spettacolare dall'assoluta assenza di un piano di reazione a simili attacchi e dalla vergognosa "peregrinazione aerea" del presidente dello stato imperialista guida.
Queste azioni hanno posto definitivamente fine a quella strategia di interventi militari selettivi di "polizia mondiale" e con forze schiaccianti sostanzialmente utilizzata dall'intervento in Libano nel 1982 fino ad oggi e che vedeva come protagonista assoluta la preponderanza militare USA. Strategia basata su un sistema di localizzazione dei conflitti e che aveva evidenziato le prime vistose crepe già nel conflitto yugoslavo.
Ora, e inaspettatamente per molti, lo scenario "geopolitico" sembra improvvisamente "stravolto": lo stesso stravolgimento interpretativo dell'art. 5 del trattato NATO ha colto di sorpresa chi spiegava fatti nuovi ed inediti con categorie storicamente determinate ed inattuali.

La guerra
La prospettiva che si apre (come era prevedibile e al di là di "spettacolari" e più o meno immediate reazioni militari di facciata) è quella di un probabile duraturo sviluppo e generalizzazione della strategia di "guerra a bassa intensità". Prospettiva che necessita di un più rapido riallineamento delle gerarchie del sistema degli stati imperialisti, di un rafforzamento delle alleanze dello stato imperialista guida e di un accelerato riarmo dei suoi alleati (in particolare dell'UE).
In questo contesto il riformismo vecchio e nuovo può ancora svolgere un ruolo fondamentale: sia come anello strategico nella divisione e nel controllo del proletariato internazionale (su scala mondiale e nelle metropoli) che come soggetto legittimante il militarismo interventista della borghesia imperialista. Li vedremo presto all'opera quando verranno aumentati gli stanziamenti per le spese militari.

Unire anticapitalismo e antimperialismo
La politica rivoluzionaria è sempre la stessa: unire. Unire anticapitalismo e antimperialismo. E' evidente che la prospettiva islamista non può costituire né una prospettiva di liberazione generale né una concreta prospettiva di liberazione dello stesso proletariato e delle stesse masse del "mondo islamico". Ed è altrettanto evidente che si tratta di una prospettiva storicamente perdente sia sul piano politico che su quello militare e che al massimo (e nella migliore delle ipotesi) potrà produrre come risultato finale solo un semplice ammodernamento delle classi dirigenti borghesi di questo "mondo". Tuttavia siamo di fronte ad una esperienza di resistenza di massa all'imperialismo delle grandi potenze capitaliste che coinvolge centinaia di milioni di uomini (per lo più - ed anche se, per ora, solo in funzione politicamente subalterna - di estrazione proletaria e popolare) e questo, oggettivamente, è un processo di accumulazione di forze e di esperienze di lungo periodo e nel campo proletario. Contrapporre ora, sulla base di semplici determinazioni astratte ed ideologiche, l'anticapitalismo proletario a quello che oggi è la massima espressione - a livello organizzativo e di adesione popolare - dell'antimperialismo dopo la fine del "mondo bipolare" significa cadere nella trappola ideologica del "conflitto tra civiltà" ordita propria dall'imperialismo e dalle "reazionarie" borghesie islamiste, significa sottovalutare la portata storica di una diffusa e massiva esperienza di resistenza popolare allo stesso imperialismo, significa favorire la divisione del proletariato su scala internazionale e nelle stesse metropoli imperialiste, significa insomma favorire l'imperialismo e indebolire la ripresa della prospettiva comunista nelle metropoli come nel cosiddetto mondo islamico. La "massa più oscura" è in movimento: è tempo che il proletariato delle metropoli e degli altri paesi si ponga concretamente l'obiettivo della riconquista della propria autonomia di pensiero, di organizzazione e di azione.



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