SENZA CENSURA N.14

GIUGNO 2004

 

Le lotte dei popoli nel mondo

Relazione introduttiva al tavolo di lavoro “Contesto e Lotte” della conferenza internazionale sulla prigionia politica.

 

Mai, in tutta la storia del mondo, è esistita una tecnologia che rendesse possibile avere una società altrettanto ben alimentata e sana: Si produce il doppio di grano basico di quello necessario a tutta l’umanità per non patire la fame e a prescindere da questo 100.000 persone muoiono ogni giorno per mancanza di cibo, acqua potabile e medicamenti di base (FAO). E nemmeno ci sono mai stati individui che concentravano fortune private più grosse. Per riuscire ad accumulare queste fortune non solo si approfittano della tecnologia e utilizzano il loro proprio lavoro, ma anche si appropriano delle risorse naturali e del lavoro dei più fino al punto di porre in pericolo la sopravvivenza della vita sul pianeta. Per poter accumulare di più cpn una certa sicurezza e comodità si procurano potere conseguendolo attraverso maggior ricchezza rubata con la forza. Per questo schiavizzano popoli interi e li eliminano se non si lasciano soggiogare.
In quanto essere sociale l’umano è una specie sociale, preferisce vicere in gruppo. I popoli non si combattono fra loro per natura. I popoli non fanno la guerra per accquisire risorse. I costi di una guerra per un popolo intero sogliono essere troppo alti in rapporto al beneficio del furto. Però la gente e i popoli sono manipolati e sono contrapposti fra di loro scaricandogli i costi della guerra stessa, mentre il beneficio lo concentrano individui in forma di fortune particolari e potere individuale. Una questione molto differente è la lotta dei popoli per la loro liberazione da questi individui o elites o da altri popoli manipolati. Nella teoria possiamo differenziare due grandi ragioni principali intrecciate fra loro per le quali i popoli lottano:
- Il superamento di una miseria imposta, per impedire che si continui a rubare le loro risorse.
- Il recupero della capacità di decisione, dell’identità e della dignità.
Ci sono da considerare vari aspetti che hanno la loro importanza nelle lotte della gente e dei popoli per questi scopi:
1) Il capitalismo è intrinsecamente imperialista e sfruttatore però necessita irrimediabilmente di consumatori che ogni giorno consumino sempre di più.
2) L’impulso di incrementare il proprio potere e di accumulare ricchezze altrui sono intimamente legati in un circolo vizioso però non sono la stessa cosa e possono arrivare a rendersi indipendenti.
3) Il perfezionamento delle tecniche di manipolazione e la trasformazione dei principi democratici, della legalità, dei diritti umani in strumenti di imposizione imperialista e di eliminazione della dissidenza rendono più economica la repressione. Senza dubbio quando questi meccanismi sono insufficienti si utilizzano metodi e strumenti di distruzione più violenti, inumani e massivi che mai.
4) Il progresso scentifico-tecnologico esistente continua a essere per prima cosa e principalmente uno sviluppo della tecnologia militare per dominare e non per garantire alimentazione e una vita degna alla popolazione.
5) Le famiglie, oligarchie, lobbies, … di potere (tra cui Pinochet, Somoza, Sharon, Bush, Blair, Aznar o Zapateros) utilizzano diverse forme di azione politica perché agiscono da realtà storiche e congiunture differenti. Senza dubbio non esiste una differenza per quel che riguarda la loro etica. La disponibilità a commettere le violazioni più evidenti per raggiungere i loro fini è comune a tutti costoro. La differenza sta nella necessità o meno di doverle commettere, mascherare e truccare.
6) La caduta del blocco socialista ha aperto porte e finestre. Questo spazio “liberato”, tanto quello geografico, come quello ideologico ed etico è invaso massicciamente dal capitalismo neoliberale. Nulla e nessuno pare poterlo fermare e si installa nel subcoscente collettivo il dogma che l’unica forma di sopravvivenza è la soggiogazione alla supposta onnipotenza imperialista, principalmente quella USA e delle corrispondenti multinazionali. Si espande l’unipolarità e nessun popolo né organizzazione in lotta può impostarsi sull’appoggio solidale di uno dei poli di potere. Si impianta il pensiero unico e nessuno crede in un’ideologia differente o sviluppa un’alternativa all’economia capitalista. Si dichiara la “fine della storia”.. Come unica opzione pare rimanere un “pragmatismo riformista” per umanizzare un po’ questo capitalismo.
7) Il diritto di autodeterminazione non è solamente un diritto violato nel caso delle ultime colonie e delle nazioni senza stato ma comincia a essere un problema di stati stabiliti senza potere di decisione.
8) Questo non significa che esiste unicamente un polo imperialista ma che il più delle guerre di sfruttamento dipendono e sono in funzione di un solo polo di potere imperialista. Anche gli imperialismi di secondo grado o sub-imperialismi cercano di risolvere le loro crisi con le loro guerre contro stati vicini, nazioni all’interno dei loro stati, contro l’immigrazione, contro la donna, contro ogni forma di dissidenza. Tutte queste guerre sono chiamate, così come lo fece il “grande fratello”, “guerra contro il terrorismo”. Con ciò si tenta di sopprimere la diversità delle lotte e di trasformarle tutte in un solo nemico di un’unica alternativa.
9) Occorre segnalare l’alternativa al Mondo Unipolare che si tenterà di realizzare dall’Europa, Latinamerica, Giappone, Cina…, è quella dei grandi poli di potere. Finanche ampi settori della società americana credono che un’Europa forte diminuirà la pressione imperialista degli USA su di loro. Senza dubbio per costruire questi poli e impedire che sorgano “traditori” o “transfughi” (come hanno dimostrato essere i governi Blair e Aznar riguardo all’Europa) sarà imprescindibile eliminare il diritto di autodeterminazione dei popoli (che abbiano o meno il loro stato). Per la futura costituzione europea si è già contemplato questo aspetto. Inoltre occorre segnalare che una “Guerra Fredda” che sia a sei o più bande porterebbe prima o poi all’eliminazione di tutti eccetto uno, come è finita con l’Unione Sovietica.
10) Le cosiddette “guerre” hanno fatto evolvere nuovi aspetti. Le perdite non sono militari con effetti collaterali sulla popolazione civile ma l’effetto che si causa è diretto volontariamente verso la popolazione civile. Ora non si cerca tanto l’eliminazione per morte del contrapposto, ma la sua invalidita e la sua dipendenza da altre persone per sopravvivere. Le guerre di bassa intensità sono in realtà di bassa intensità solamente per l’aggressore soprattutto se utilizza personale autoctono per creare terrore. L’aspetto mediatico ha oggi tanta importanza come l’aspetto puramente militare. Mezzi di disinformazione, coi loro giornalisti, ONG umanitarie coi loro cooperanti, imprese di sicurezza coi loro mercenari e altri giungono a essere una parte non solo utilizzata ma direttamente integrata nella strategia e struttura militare.
11) Sul versante economico dobbiamo considerare che la guerra si fa non solo per rendere possibili nuovi e migliori affari dopo la vittoria, ma che ogni volta di più la GUERRA è un affare di per se stesso, attraverso il consumo dei prodotti dell’industria degli armamenti (i cui costi si caricano sopra una parte della società debitamente manipolata) e altri affari. La guerra si è trasformata in uno spazio economico proprio che ha la sua influenza su chi prende le decisioni, sulle sue motivazioni e finalità.
12) Non è lo stesso lottare contro un nemico motivato in modo eminentemente sciovinista o contro un nemico con fini puramente economici. Neanche è lo stesso un nemico per cui la guerra è un mezzo e che specula coi futuri affari e uno il cui affare è la guerra di per se stessa. Questa differenziazione è teorica e nella pratica le cose si combinano poi in differenti proporzioni.
13) La privatizzazione della guerra si sviluppa a tutti i livelli: possiamo considerare l’estremo di trasformare le carceri e differenti centri di detenzione con i/le delinquenti, prigionieri politici, giovani, immigranti…, in commerci privati come parte dello stesso fenomeno.
14) Il nemico cospira per raggiungere i suoi obiettivi però non ha la capacità della cospirazione totale principalmente prchè esiste la competitivita fra differenti settori e individui che cospirano anche gli uni contro gli altri. La teoria della Cospirazione (incolpare la CIA dell’11 settembre) ha la conseguenza nefasta di trasmettere alla società l’idea di un’onnipotenza del sistema che non è reale. Per questo si rende complice del potere.
15) Un’altra formula utilizzata e socializzata dalle stesse vittime è la “Teoria dei Due Diavoli”. Tanto con questa che con la teoria della cospirazione si annulla una parte della società critica che non si può manipolare in altro modo.
In questa congiuntura di “globalizzazione” e “sub-globalizzazione”, di imposizione del potere unico e pensiero unico capitalista, bisogna collocare le lotte dei popoli. Contro questo imperialismo e questi sub-imperialismi si ribella la gente nei modi più diversi in tutto il mondo.
Il 1° gennaio 1994 escono dalla Selva Lacandona gli Zapatisti e rompono la confusione, la rassegnazione, il disorientamento e la mancanza di un riferimento in cui si trova la sinistra in generale e il movimento di solidarietà internazionalista della società occidentale a causa della caduta del blocco socialista, della perdita delle elezioni del FSLN, della rovina dei processi di pace e democratizzazione, dell’integrazione della guerriglia e della corruzione e meschinità della vita politica. Gli zapatisti vengono tacciati di guerriglia anacronistica, però scambiando i loro fucili, anche prima di utilizzarli, con computers, ottengono un effetto mediatico considerevole. A partire da li nasce il movimento “antiglobalizzazione” e le differenti iniziative si ritrovano nello spazio virtuale delle nuove tecnologie informatiche. Convincono molta gente che “un altro mondo è possibile” finanche a suggerire che “un altro mondo è necessario”.
E’ un movimento molto giovane, eminentemente “anti”, principalmente euroamericano che si riunisce in forum e controvertici per protestare e discutere però non propone un’alternativa integrale concreta o un posizionamento più in la di una carta dei princìpi vaga, per rendere possibile la partecipazione di uno spettro molto ampio della società civile.
L’aspetto più negativo di questa “nuova speranza” è un certo “euro-centrismo” escludente. Nonostante proclami il contrario esiste un vano intento di egemonizzare e omogeneizzare (o globalizzare) i suoi princìpi e le sue forme di lotta. Ignorano o negano l’esistenza e validità di una diversità di forme di lotta e movimenti esistenti nel mondo.
Molti movimenti di liberazione nazionale, i movimenti indigeni americanio, asiatici dell’oceania, organizzazioni e reti del mondo islamico, e altri che non conosciamo hanno una storia e una capacità”anti-globalizzazione” (nonostante lo chiamino “anti-imperialismo”) molto al di sopra di quella del movimento antiglobalizzazione propriamente detto, hanno dimostrato la capacità di paralizzare stati interi e cacciare governi protetti, resistono e portano la guerra fuori del controllo degli “onnipotenti”. Essi sì stanno dimostrando che nè gli USA nè le multinazionali sono onnipotenti.
Le forme per affrontare l’imperialismo, recuperare la capacità di decisione, lavorare contro la miseria, ricostruire e far valere la propria idiosincrasia, costruire la propria nazione con le sue istituzioni e riconquistare la propria dignità come popolo sono le più diverse:
- Lotte di conquista e dominio territoriale e lotte disperse per tutto il territorio;
- Lotte dallo spazio rurale e dallo spazio urbano;
- Lotta causando danni reali al nemico e lotte che pretendono causare danno simbolico;
- Lotte da dentro la legalità e lotte dalla clandestinità;
- Lotta individuale, di avanguardia, di sabotaggio e lotte di masse popolari;
- Lotta di disobbedienza civile individuale o collettiva;
- Lotta armata violenta, non violenta, pacifica e pacifista;
- Lotte per imporre un negoziato e lotte per imporre un modello alternativo, di costruzione nazionale e sociale, di istituzioni parallele, di tutto un governo parallelo;
- Lotte dal campo sociale, istituzionale, economico o culturale;
- Lotta con alleanze interclassiste o lotta di classe;
- Lotte da ognuno dei differenti settori della società. In special modo la lotta per l’ugualianza dei diritti di genere, per la lingua e la cultura, per i diritti umani, quella ecologista, sindacale, contro il consumismo, internazionalista;
- Lotta dal potere e dalle istituzioni di uno stato o lotta popolare per l’annullamento del proprio stato e governo;
- … etc.

Ogni forma di lotta bisogna situarla nel suo contesto che solamente i soggetti di questa lotta conoscono nella sua complessità. Per questo nessuno eccetto questi stessi soggetti hanno autorità e capacità per avvalorare o negare l’idoneità di questa o quella forma di lotta, Gli altri, possiamo solamente mostrare comprensione, rispetto e solidarietà senza essere in disaccordo.
Non è possibile da fuori e date le differenti realtà, congiunture e specificità avvalorare una forma di lotta al di sopra di altre. E’ precisamente nella loro diversità dove si radica la possibilità di non uscirne sconfitti.
Il rinnovamento e l’adattamento delle forme di lotta alle necessità e ai cambamenti nei metodi della repressione e annichilazione che inventa il nemico è molto più facile con la combinazione di questa diversità che con lo sviluppo di una sola forma. Questo è un vantaggio sul pensiero unico che non si può disperezzare.
Con tutte le differenze che possano esserci fra l’una e l’altra bisogna affermare che in confronto all’ingiustizia e all’olocausto a cui ci sta portando il sistema è difficile concepire qualcuna di queste come eticamente più riprovevole del potere contro cui lotta.
Indipendentemente dalla sua valutazione etica dobbiamo affermare che tutte le forme di lotta – incluso le più democratiche e pacifiche – finiranno criminalizzate e represse allorquando il sistema si senta minacciato o queste ottengano la più piccola vittoria. Le liste nere di USA e Europa dimostrano chiaramente fino a dove si spinge lo stato o le “democrazie di diritto”.
Possiamo affermare senza timore di sbagliarci che nessun popolo può attualmente conseguire la vittoria, la libertà, l’indipendenza da solo, senza l’appoggio solidale e internazionalista di altri. La solidarietà internazionalista è pertanto non solo un principio etico ma anche una necessità di sopravvivenza.
Allo stesso tempo la solidarietà internazionalista presuppone, a fianco alla diversità delle forme di lotta, l’altro gran vantaggio di cui non dispone il sistema capitalista per essere basato sulla competitività e l’individualismo. In più solamente con la solidarietà si raggiungerà la conoscenza reciproca e il coordinamento necessari per rendere effettivi i vantaggi della diversità delle forme di lotta.
La creazione di un fronte comune di popoli in lotta in una pratica di “promiscuità internazionalista” per facilitare il coordinamento per non ostacolare e facilitare la ricombinazione di forme di lotta richiede uno sforzo che attualmente non si è disposti a realizzare ma che sarà imprescindibile fare quanto prima.
E’ un errore confondere la funzione di mediatore o intermediario con la solidarietà. non è possibile compromettersi solidalmente e pretendere di essere allo stesso tempo intermediario nei negoziati fra due poteri contrapposti.
Un altro errore è l’idealizzazione delle vittime, dei più sfavoriti. Non ha nulla a che vedere con la solidarietà. Bisogna accettare e capire che la miseria e la repressione imbruttiscono tanto la vittima come l’aguzzino. Senza dubbio questa non-idealizzazione non deve impedire la SOLIDARIETA’.
Bisogna infine segnalare la necessità della lotta per e dal popolo, però anche con il popolo, per cui è indispensabile essere parte di esso e confidare in esso, incluso, essere disposti a commettere errori, coscentemente di ciò.

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