SENZA CENSURA N.16

FEBBRAIO 2005

 

Il braccio armato dell’imperialismo nostrano

 

“…è ormai superata quella esterofilia che ci vedeva quasi invidiare gli eserciti di altri paesi e soffrire in un certo senso di un complesso di impotenza. Oggi le Forze Armate Italiane sono state riformate in un meccanismo altamente specializzato che ha eguagliato e superato in certi settori altre forze armate straniere: la qualità ha soppiantato la quantità e sarà sempre più una forza composta da tecnici di varie specialità in divisa…”.
(Generale Corrado Dalzini, comandante della brigata di cavalleria Pozzuolo del Friuli, facendo un quadro riassuntivo della Missione ANTICA BABILONIA alla rivista RAIDS – ottobre 2004)

La riorganizzazione delle Forze Armate Italiane è la conseguenza del ruolo rivestito dall’Italia nella ridefinizione complessiva della catena del comando imperialista, di cui la proiezione e la presenza militare nei conflitti degli ultimi decenni è lo sbocco necessario.
Lo sviluppo del complesso militare-industriale made in Italy è connesso a questo profilo assunto dalla Borghesia Imperialista italiana nel mondo multipolare.
Dalla Somalia, passando per i Balcani e all’Afghanistan fino all’Iraq, l’Italia, direttamente – attraverso il dispiegamento di un suo contingente – o indirettamente – attraverso l’appoggio logistico e la presenza di basi Nato – , ha concorso e concorre ufficialmente alla preparazione, allo svolgimento e alla “ricostruzione” post-bellica nelle maggiori iniziative imperialistiche mondiali.
In questi anni il numero dei militari che contemporaneamente ha contribuito alle operazioni fuori area è arrivato a toccare la cifra di 11.000 soldati e attualmente supera le 8.000 unità (1): 4.000 nei Balcani, 1.000 in Afghanistan, 3.200 circa in Iraq.
L’Esercito Italiano non è più un esercito di massa e dai circa 300.000 soldati del 1991, sta arrivando, almeno numericamente, ai 112.000 tra ufficiali (12.000), sottoufficiali (24.000) e volontari.
L’EI è un corpo di soldati di professione che si sta riorganizzando secondo i principi del NCW (Network Centric Warfare) e che aspira a diventare Forza Integrata Terrestre capace di interagire a livello congiunto (joint) e multinazionale.
Il rapporto esercito/popolazione è mutato radicalmente col mutare dei compiti internazionali dell’Italia nell’ambito della NATO e delle nascenti forze armate europee.
Per tornare a noi, i principi dell’NTC impongono una elevata capacità di interoperabilità interforze che ha nella NATO l’ambito e il riferimento primario, una riorganizzazione interna fondata sull’acquisizione e sullo sviluppo di tecnologie adeguate alle necessità belliche dell’imperialismo.
Come argomenta Paolo Gianvanni, in Le Forze Armate Italiane e la sfida NCW, apparso sul n.6 del Giugno del ‘04 di RID (Rivista Italiana di Difesa): “L’interoperabilità deve svilupparsi in primo luogo nell’ambito delle alleanze, delle coalizioni di più probabile impiego sul terreno e a questo riguardo la NATO deve essere il punto di riferimento, essendosi affermata nel dopoguerra come l’unica in grado di catalizzare una dottrina, procedure e sistemi di comando e controllo comuni. L’interoperabilità in seno alla NATO è anche garanzia di interoperabilità interforze, mantenendo eventualmente alcune personalizzazioni nazionali, in caso in cui queste si rivelassero necessarie”.

La Marina Militare
“La cosmopolita ‘IT Navy’ di oggi possiede tutti gli attributi di una marina d’altura in grado di esercitare la sua podestà in prossimità del territorio nazionale e a grande distanza da esso. I numeri non sono imponenti, ma la qualità lo è e con essa la credibilità, che poi è l’elemento più importante nei contesti internazionali. Basta verificare in un momento qualsiasi di questi anni il numero e lo spessore degli impegni operativi contemporanei che CINCNAV alimenta, nel Meditteraneo allargato, e altrove – mai meno di una dozzina – o fare il conto di quanti gruppi di lavoro e programmi di sviluppo dottrinale e tecnologico trovano i suoi uomini in prima persona (o quelli dell’industria che fa riferimento ad essa), per rendersene conto”.
(Il contesto strategico della Marina Militare, Andrea Tani, apparso sul n.228 febbraio 2005 di PANORAMA DIFESA)

Nel campo dell’interoperabilità la Marina Militare, insieme all’Aereonautica, sono tra le FAI più attive, basti pensare che nel novembre del 2001 l’Italia ha schierato per prima a fianco degli americani il gruppo guidato dalla GARIBALDI (2), con i suoi aerei, che hanno effettuato oltre 400 ore di volo sull’Afghanistan fornendo supporto alle truppe sul terreno.
Già dal 2000 la MM opera e partecipa con le principali nazioni occidentali all’MTMD (Marittime Theater Missile Defence) Forum che ha lo scopo di identificare comuni strategie nel settore degli strumenti per colmare o quantomeno contenere il gap prestazionale e tecnologico dei diversi partecipanti nei confronti degli USA, mentre per ciò che comporta il gap tecnologico ha avviato dal ‘96 un programma di ammodernamento con esteso impiego di tecnologie COTS/GOTS (Commercial/ Governement Off The Shelf) sia per l’hardware che per i software applicativo, l’adozione di standard commerciali di ampia diffusione, la ricerca di soluzioni comuni all’ambiente marittimo sia NATO sia multinazionale. Ciò ha permesso di conseguire notevoli vantaggi, primo fra tutti la totale interoperabilità con i sistemi della NATO ed un buon livello di integrabilità con i sistemi dell’US Navy nell’ambito dell’iniziativa multinazionale a guida statunitense GCCS (Global Command e Control System).
La creazione di un comando interforze delle forze speciali, nel quale il Comsubin ricoprirà un ruolo primario, nonché di una brigata anfibia interforze S.Marco/Lagunari “serenissima” è all’ordine del giorno nei progetti di riorganizzazione, quest’ultima, tra l’altro, continuerà a far parte della forza anfibia italo-iberica “on Call”, che costituisce assieme a EURMARFOR uno degli esempi più fattivi della cooperazione navale europea.
Sempre per ciò che concerne l’ambito NATO, bisogna ricordare la recente certificazione NATO della nave Garibaldi e della nave Etna come sedi di comando complesso interalleato di teatro (oltre che Flagship di battle group combinati e interforze) che sarà seguita certamente da analoghi riconoscimenti per Conte di Cavour.
La MM si trova ad operare in un contesto in continua mutazione dove, per ciò che concerne la proiezione sul fronte esterno, diventa sempre più strategico sapere operare nelle aree costiere di interfaccia con le masse continentali, con interesse più accentuato che in passato alla proiezione delle forze e sulla loro integrazione.
L’interferenza con le operazioni terrestri finisce per diventare la missione principale dei dispositivi aereonavali, mentre il “sea control” diventa funzionale ad essa, diviene perciò prioritario il deciso incremento delle forze anfibie e di incursione nonché della capacità di penetrazione all’interno della terra-ferma dell’Aviazione Navale e della Missilistica da crociera.
Un esempio significativo che va in questa direzione lo si ebbe nella guerra alla ex-Jugoslavia, quando con la missione che ha fatto seguito alla campagna sul Kossovo nel ‘99, 8 Harrier navali sganciarono un terzo di tutte le bombe lanciate da veivoli italiani da quando il governo D’Alema dette il via libera all’intervento attivo dell’Italia.
Un’altra priorità strategica sta nella capacità di operare a grande distanza dalle basi in un lontano bacino costiero, in aree potenzialmente eccentriche rispetto al territorio metropolitano.
Le implicazioni riguardano soprattutto la logistica e la mobilità, la rapidità di reazione, nonché l’idoneità di gran parte delle unità navali (comprese quelle relativamente minori) a trasferirsi ed a operare a migliaia di miglia dalla costa.
Su queste basi va letta l’attività del complesso militare-industriale nostrano e la riorganizzazione interna della MM, che svilupperemo più analiticamente sui prossimi numeri della rivista.

Per ciò che concerne l’Aviazione Militare in l’Iraq la condizione operativa alla base aerea di Talil è quasi completamente a livello joint ovvero non solo voli e attività correlate ma anche costante collaborazione con le aviazioni militari degli altri paesi presenti, principalmente americani e britannici, con la formazione di un COD (Centro Operativo di Difesa) per l’attività in ambito e territorio aereoportuale.
Mentre l’Arma dei Carabinieri, di cui parleremo estesamente sul prossimo numero, è al centro del progetto elaborato da Italia e USA ed esposto al G8 di Savannah, di creare proprio in Italia una struttura capace di formare personale istruttore che sia in grado a sua volta di addestrare il personale militare e di polizia di altri paesi, per costruire nel giro di 10 anni un pool di 75.000 uomini di varie nazionalità disponibili per l’impiego in missioni all’estero, anche fuori dall’ambito ONU. Il “modello carabinieri” sarebbe esportato attraverso l’addestramento diretto di personale dell’Arma, utilizzando la scuola sotto-ufficiali di Vicenza, e facendo tesoro dell’esperienza MSU (Multinational Specialized Unit) maturata in questi anni da questa Forza, che in Iraq si occupa, a Dhi Qar, tra l’altro, della ricostruzione delle forze di polizia e della formazione di una guarda nazionale, con competenza nella sola provincia.
Per usare un termine tratto dal linguaggio militare, i livelli di “ingaggio” delle FAI possono ridursi a tre: “difesa del territorio” e degli “interessi nazionali”, impegni come articolo 5, ovvero partecipare alla difesa in ambito NATO, e “Crisis Reponse Operations” (3) e le conseguenti “Peace Support Operations”.
L’esercito si è avviato da tempo, per quanto concerne le brigate di manovra, verso la direzione della costituzione di forze leggere, medie e pesanti in modo da potere aver un mix in grado di far fronte a qualsiasi esigenza, a cui fanno da cornice e da supporto le cosiddette “Combat Support” e “Combat Service Support”.
Tornando alle CRO che assorbiranno gran parte dell’esercito, queste sono caratterizzate da una fase di schieramento, una di combattimento e una di ricostruzione/stabilizzazione.
Queste devono essere in grado di sviluppare quella che in linguaggio militare si chiama “combat capability” mediante l’uso di carri, elicotteri armati e forze speciali in grado di affrontare anche una guerra ad alta intensità, mantenere una presenza militare occupante e preparare le condizioni affinché gli “specialisti” della ricostruzione possano agire sul campo (Brigate Cimic, NBC, Sanitaria, OPS SPT, POLAD, Reggimento Genio Ferrovieri, ecc) e che vedremo più dettagliatamente in seguito.
In questo scenario il monitoraggio, l’elaborazione dati e la capacità di acquisizione obbiettivi con un sempre maggiore raggio d’azione diviene imprescindibile e impone uno sviluppo tecnologico, soprattutto nel campo della “digitalizzazione” dell’informazioni.
Bisogna ricordare che questa riorganizzazione avviene all’interno di un quadro in cui agiscono molti fattori intrecciati tra loro.
L’allargamento della Nato ad Est e a Sud, la costruzione di un polo imperialista europeo, gli interessi italiani specifici sul “Mediterraneo allargato” costituiscono la griglia interpretativa dei fenomeni a cui assistiamo, il cui asse principale di sviluppo si regge sulla guerra condotta dagli stati imperialisti contro il proletariato metropolitano e le popolazioni della periferia integrata del sistema mondo.
 

Note:


1 Un discorso a parte va fatto per le operazioni militari che hanno poi un maggiore livello di secretazione, come le operazioni di intelligence militare, o l’attività di mercenariato svolta da personale italiano o dalle PMC (Private Military Company) e PSC (Private Security Company), come la Presidium International che ha uffici a Roma e Olbia ma ha la propria sede legale in uno dei cosiddetti paradisi fiscali, e ancora per i livelli di militarizzazione imposti nei luoghi in cui si trovano risorse strategiche per le aziende italiane.

2 La Giuseppe Garibaldi è la nave ammiraglia della Marina Militare Italiana, e nelle operazioni militari o di peace-enforcing o peace-making alle quali partecipa, è sede del comando di una squadra navale generalmente composta almeno da una dozzina di altre unità. Imbarca un complessivo di uomini di 825 unità.
La Garibaldi è stata costruita presso i Cantieri Navali di Monfalcone. I lavori sono iniziati il 20 Febbraio 1978 ed il varo è avvenuto il 4 Giugno 1983.
Sul sito della Marina Militare viene ufficialmente definita: “incrociatore concepito per soddisfare l’esigenza di avere un’unità dotata delle necessarie capacità di comando e di controllo in grado di costituire una piattaforma di contenuto dislocamento ma potentemente armata, con caratteristiche adeguate per l’utilizzazione ottimale dei sistemi d’arma aeromobili e missilistico antinave ed antiaereo. Può infatti imbarcare elicotteri medi antisom di caratteristiche più avanzate, elicotteri medi finalizzati per il contrasto di mezzi navali minori e per la guerra elettronica ed ha le predisposizioni tecniche necessarie per l’impiego di aeromobili di tipo Harrier II AV-8B Plus in grado di assicurare il contrasto antiaereo e antinave alle distanze imposte dalla portata degli attuali missili imbarcati ed aerotrasportati, il che ne fa una unità estremamente versatile e dotata dei più aggiornati sistemi d’arma attivi e passivi di autodifesa”.

3 A livello di CRO sono previsti un quartier generale di Corpo d’Armata one shot ed un pacchetto a livello di divisione sufficiente a mantenere in qualsiasi momento una forza di 13.000 uomini, a rotazione.



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