SENZA CENSURA N.17

LUGLIO 2005

 

Prigionieri come topi
Progetti industriali di morte in Palestina

Pubblichiamo questo contributo per documentare come avanza concretamente il cosiddetto processo di pace sulla pelle dei palestinesi. Rimandiamo alla lettura di due precedenti articoli della Rivista, per completare il quadro fornito da questo documento: “The Cage. Come procede la costruzione del muro: l’esempio di Qalaqilia” sul n.15 del novembre 2004 e “Strategia sionista in Palestina. Alcune note su controllo logistico, subordinazione economica, precarietà sociale in Palestina” sul n.12 del novembre 2003, scaricabili dal sito della Rivista.

Un progetto terrificante per la Palestina si sta attuando dietro gli slogan israeliani del “Ritiro”; il “Piano di Ritiro”, ben lungi dall’essere un vero ritiro dai territori occupati e dal dare ai Palestinesi il diritto ad avere un proprio Stato, sancisce, in realtà, la divisione completa del nostro popolo in Bantustan. La retorica del Piano nasconde uno dei progetti industriali meglio elaborati e più efficacemente premeditati per l’asservimento e la distruzione di un popolo intero.

La Palestina riempie ancora i giornali ed i media tradizionali occidentali.
I preparativi per le elezioni danno ad ognuno abbastanza informazioni per coprire – o meglio: danno ai media abbastanza notizie da nascondere ciò che avviene realmente.
Ma è la situazione reale che si sta prospettando che, se non fermata in tempo, definirà più di ogni elezione politica il futuro dei Palestinesi.
Lontano dai riflettori internazionali, il destino che si prepara per i Palestinesi si mostra molto più chiaramente con i nuovi progetti israeliani che sono stati resi pubblici negli ultimi mesi.
Il Muro di Segregazione, con i suoi effetti disastrosi sulla vita e per la terra Palestinese, non è il solo. Esso è oggi integrato alla politica israeliana di colonizzazione ed alla creazione di infrastrutture per soli Ebrei, all’interno di un progetto più grande, destinato al dominio ed alla conquista coloniale.
Un progetto spaventoso per la Palestina si sta preparando: dietro gli slogan israeliani del ritiro; dietro l’iniziativa britannica per rilanciare la “Road Map”; e sotto l’egida americana che obbliga alla realizzazione dei progetti israeliani che determinano la Bantustanizzazione dei Palestinesi.
Le tre cose, insieme, spingono a far cessare ogni resistenza palestinese, la qual cosa è considerata una condizione necessaria e preliminare al controllo del Medio Oriente, da Gerusalemme a Baghdad.
L’amministrazione americana si rende conto perfettamente che ogni speranza concreta di successo dell’occupazione dell’Irak e dei progetti israelo-americani di ridisegnare un futuro medio-Oriente più grande dipende dalla loro capacità di dare una certa “stabilità” al progetto coloniale israeliano di annessione, d’espulsione e di occupazione della Palestina.
Tra i recenti progetti annunciati da Israele, alcuni erano solo delle messinscena per i media occidentali, mentre altri indicano i progetti israeliani concreti.
L’ultima modifica al tracciato del Muro di Segregazione era un progetto del primo tipo.
Queste presunte modifiche non sono altro che il risultato delle pressioni americane ed internazionali che chiedono delle carte che permettano loro di difendere il Muro, dinnanzi ai loro colleghi ed all’opinione pubblica.
La “nuova carta” del muro rappresenta un insieme tortuoso di cifre e definizioni che ha “diminuito” la percentuale di terra in Cisgiordania rubata e distrutta dal muro di segregazione al 6.1%.
Ma naturalmente mentre i media e i leaders politici si felicitano, il “nuovo progetto” fallirà inevitabilmente. Per essere precisi, questo 6.1% va aggiunto all’11.8% annesso dai coloni ed al 29.1% rappresentato dall’isolamento della Valle del Giordano.
Senza tener conto delle altre terre che sono ugualmente state rubate ai Palestinesi per la costruzione delle strade per “soli coloni”, arriviamo così ad un 47% della Cisgiordania che Israele ha intenzione di annettere.
Questo gioco di cifre serve ad evitare di parlare delle questioni concrete. Si pone infatti l’attenzione sulla grandezza dei Bantustan che sono imposti ai Palestinesi, come se non fosse il fatto stesso che il nostro popolo viene rinchiuso dietro dei muri a provocare indignazione ma piuttosto il fatto che questi ghetti dovrebbero essere un po’ più grandi.
Noi non combattiamo per ottenere ghetti più grandi o per avere muri più colorati, ma per la libertà e la giustizia nella nostra terra.
Nel frattempo, il vero progetto politico israeliano può essere trovato nel “Piano di Ritiro” e nelle iniziative ad esso collegate.
Il “Piano di Ritiro”, ben lungi dall’essere un vero ritiro dai territori occupati e dal dare ai Palestinesi il diritto ad avere un proprio Stato, sancisce, in realtà, la divisione completa del nostro popolo in Bantustan. La retorica del Piano nasconde uno dei progetti industriali meglio elaborati e più efficacemente premeditati per l’asservimento e la distruzione di un popolo intero.
Questo piano è composto da 4 progetti principali di sviluppo, celati al pubblico, ma intimamente legati alla costruzione del muro di segregazione:

1) La costruzione di nuove colonie e l’ampliamento delle colonie preesistenti.
Le colonie sono sempre state al centro del progetto coloniale per il controllo della Palestina. Il cosiddetto “Piano di Ritiro” riguarderebbe lo smantellamento delle colonie : cioè l’evacuazione delle colonie nella Striscia di Gaza e di 4 piccole colonie in Cisgiordania presso Jenin.
Ma allo stesso tempo Israele ha annunciato l’annessione di circa 200 altre colonie della Cisgiordania occupata e di Gerusalemme.
Inoltre Israele ingrandisce e costruisce attualmente altre colonie nella zona di Tulkarem e di Qalquiliya, assicurandosi l’annessione permanente delle terre palestinesi isolate dal muro.

2) Nuove strade di “aggiramento” per “soli coloni”. Carta del progetto delle strade nel quadro del “Piano di Ritiro”.
Le strade di “aggiramento”, recintate e sorvegliate da militari armati di tutto punto, sono destinate ad essere usate solo dai coloni. I Palestinesi non possono né attraversarle né percorrerle. Queste strade tagliano la Cisgiordania e distruggono il sistema stradale palestinese, dando ai coloni libero accesso ovunque, mentre si annettono terre e si isolano le comunità palestinesi le une dalle altre, così come già fa il muro. Israele ha annunciato la costruzione di 500 km di nuove strade, per rafforzare questa rete stradale di segregazione. Essa renderà le zone residenziali palestinesi delle isole, chiuse e totalmente isolate tra loro, in mezzo alle colonie e alle loro reti stradali.

3) Ponti e Tunnel
Israele prevede la costruzione di 16 intersezioni, con dei ponti (che saranno delle autostrade sicure per gli Israeliani) e dei tunnel (che saranno dei passaggi per i Palestinesi, sotto il controllo delle Forze d’Occupazione israeliane).
Essi saranno i soli punti di passaggio per i Palestinesi che dovranno spostarsi da un settore o da una città ad un altro, all’interno della Cisgiordania. In effetti questo progetto ha lo scopo di garantire il pieno controllo israeliano sulla Cisgiordania anche dopo il falso “ritiro” dell’armata israeliana, pur fornendo alla comunità internazionale una parvenza di “continuità massima” tra i vari settori palestinesi – dopo tutto, infatti, queste intersezioni collegano tra loro i Bantustan palestinesi, fornendo così la “continuità”.
Tutti i tunnel saranno provvisti di porte (come è già stato fatto nel villaggio di Habla, nella zona di Qalqiliya, dove la popolazione palestinese è alla mercé delle forze d’occupazione per entrare e uscire dal proprio villaggio).
Ciò permetterà ad Israele d’imporre un coprifuoco totale in Cisgiordania, una punizione collettiva perpetrata secondo la propria volontà, e di controllare la vita di tutti i Palestinesi. Per far questo saranno sufficienti non più di 16 mezzi militari, uno per ogni intersezione.

4) Le CBIZ (Zone Industriali di Frontiera).
una volta che saremo stati privati completamente della terra, delle risorse, del commercio e della vita, il progetto di asservimento dei Palestinesi sarà completato con la costruzione delle Zone Industriali israeliane sulla nostra terra rubata, che saranno situate all’esterno dei ghetti delimitati dal muro di segregazione, dalle colonie e dalla rete di strade che le unisce.
Questo è l’elemento principale che fornirà la fattività economica al resto dei progetti israeliani.
Queste zone industriali, di proprietà israeliana, saranno delle fabbriche dove ci sarà una forte richiesta di mano d’opera, e dove i Palestinesi saranno obbligati a lavorare come mano d’opera sfruttata, andando ad arricchire l’economia israeliana, giacché sarà il solo modo per guadagnare un magro salario dietro le porte del nostro ghetto.
Israele ha chiesto agli Stati Uniti ed all’Europa di finanziare le CBIZ, e di legittimare così il progetto politico israeliano, con la scusa di fornire delle “opportunità di lavoro” alla popolazione palestinese.
Le CBIZ sono altresì presentate come una soluzione economica pratica dinnanzi ad un potenziale disastro umanitario – dopo tutto, e il ragionamento fila, se la comunità internazionale non dà i fondi per questo progetto, allora la popolazione palestinese dipenderà dall’aiuto umanitario (o morirà semplicemente di fame dentro i ghetti, cosa che potrebbe essere sconveniente agli occhi del mondo).
Questo aiuto umanitario, come molti altri costi dell’occupazione della Palestina e dell’espulsione dei Palestinesi dalla loro terra, dovrà essere così pagata dalla Comunità Internazionale. E in ogni caso, nel quadro di questo progetto delle CBIZ, i Palestinesi resteranno sottomessi, asserviti e privi di ogni possibilità di autodeterminazione.
Il muro di segregazione permette ad Israele di applicare ed incorporare tutte le politiche di cui abbiamo parlato prima in un unico insieme coerente. Crea dei ghetti Palestinesi che sono stati preparati dalla politica di colonizzazione e dal sistema stradale.
Permette allo stesso tempo ad Israele di annettere completamente Gerusalemme, ed isolarla dalla Cisgiordania, fornendo di fatto ad Israele un passaggio diretto dal Mar Mediterraneo alla Valle del Giordano.
Alla luce di questi fatti, è evidente che non sarà possibile la nascita di alcuno stato Palestinese. Ed altrettanto evidente che la violazione dei diritti dei Palestinesi e del diritto internazionale sussistono nei nuovi progetti israeliani.
Il solo futuro dei Palestinesi è uno dei ghetti e dei Bantustan, ed una vita sotto il controllo, la dominazione, l’umiliazione degli Israeliani.
Un contadino palestinese che guardava la distruzione provocata dal muro a Beit Duqqu, ha chiesto: “ci avete preso il nostro paese, e avete ucciso i nostri figli. Distruggete le nostre case e i nostri campi con i bulldozer. Costruite le vostre colonie, cosa volete di più? Perché il Muro? … Volete ingabbiarci come topi, volete chiuderci con una porta in prigione e contarci come degli animali?!”
I palestinesi non accetteranno mai di vivere in queste condizioni, in cui l’occupazione è stata rinforzata con la colonizzazione definitiva di tutta la Cisgiordania. Questo è un sistema di segregazione che supera di molto quello dell’Africa del Sud, perché mira alla sottomissione totale del nostro popolo. Non accetteremo mai di vedere le nostre terre violentate e distrutte, la nostra dignità rubata, i nostri diritti più fondamentali calpestati ogni giorno, i nostri luoghi sacri sbarrati davanti a noi, e Gerusalemme, la capitale storica, culturale ed economica della Palestina, annessa ed isolata dal nostro popolo.
Non ci arrenderemo a questo destino. Ma chiediamo una risposta da tutti a questo progetto di sottomissione, che sia efficace ed immediata.
Sei mesi dopo la decisione della Corte Internazionale di Giustizia, che ha dichiarato illegale il muro, la politica di colonizzazione e l’occupazione, Israele non ha dato alcun segno che arretrerà nella costruzione del Muro.
Anzi, ha rafforzato i suoi progetti coloniali.
La critica internazionale ha dimostrato di non essere in grado di provocare i cambiamenti necessari.
La comunità internazionale – come tutte le risoluzioni dell’ONU che riguardano i Palestinesi- ancora una volta non ha messo in atto le conseguenze legali per far sì che le decisioni prese dalla Corte di Giustizia fossero applicate e che il diritto internazionale fosse rispettato.
E’ il popolo del mondo che oggi è invitato a difendere i valori della giustizia e della libertà.
L’appello per l’isolamento di Israele con il boicottaggio, il disinvestimento, e le campagne di sanzioni, deve diventare ogni giorno più forte, in ogni città del mondo intero.
Gli individui, le organizzazioni, le reti, e le istituzioni promuovono già il boicottaggio, il disinvestimento, e le campagne per sanzionare Israele.
Emerge la tendenza verso un nuovo movimento internazionale contro l’Apartheid, ed è solo su questo consenso popolare che i palestinesi possono costruire il loro agire, di fronte al fallimento continuo della comunità internazionale.
Queste diverse campagne nel mondo devono essere l’inizio di un processo che farà pagare il prezzo ad Israele per i suoi crimini.
Un movimento mondiale è necessario per mettere fine a questa odiosa mistura di occupazione, espulsione, ghettizzazione, che porterà – dato che i nuovi progetti israeliani lo rivelano, non appena vengono osservati in modo approfondito, e lontano dagli show mediatici – all’asservimento totale di un intero popolo.

[tradotto dal francese da: http://www.france-palestine.org/article944.html?var_recherche=PENGON

tratto da: http://stopthewall.org/analysisandfeatures/843.shtml]



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