SENZA CENSURA N.21

novembre 2006

 

Dove va la legge Biagi

Spunti di dibattito sulla riforma del mercato del lavoro
 

“Ripensare le regole del mercato del lavoro in coerenza con gli indirizzi della Strategia Europea per l’occupazione è l’obiettivo della legge delega 30/2003 (riforma Biagi)”.
(dal sito governativo http://www.welfare.gov.it/RiformaBiagi/default.htm?baseChannel=LeggeBiagi
in data 18/10/2006)
 

La recente tornata elettorale ha riaperto un forte dibattito sulla riforma del mercato del lavoro attuata dal governo Berlusconi. Se da un lato il centro-destra manteneva ferma la propria convinzione nella correttezza delle misure applicate, nel centro-sinistra, se comune era una critica a quelle misure, diverse erano le indicazioni, fra chi ne chiedeva la riscrittura, chi il superamento e chi l’abrogazione. Nel più generale dibattito attorno al tema della precarietà e della flessibilità del lavoro, tutti i partiti legati all’Unione hanno agitato e propagandato la necessità di una revisione delle politiche di precarizzazione del lavoro e della vita. Alcuni hanno espresso la chiara intenzione di abrogare totalmente la Legge 30 ed il complesso dei provvedimenti legislativi ad essa correlati, fra i maggiori responsabili della ulteriore deregolamentazione e destrutturazione del lavoro e dei diritti ad esso connessi.
Con la vittoria elettorale del centro-sinistra si insedia il Governo Prodi ma “a distanza di poco più di 100 giorni dall’insediamento del governo Prodi il messaggio e gli atti concreti che arrivano sono di tutto un altro segno. Le misure legislative finora approvate, quelle che si annunciano sono incardinate ad una linea di condotta economica e sociale attenta, esclusivamente, al risanamento dei conti dell’Azienda/Italia ed all’adeguamento strutturale del capitalismo tricolore alle nuove sfide della competizione globale imperialistica. La recente Legge Finanziaria, l’avvio dello scippo del TFR, il completamento dell’assalto finanziario e speculativo al sistema pensionistico e previdenziale sono indirizzati a tranquillizzare i mercati finanziari, le loro istituzioni sovranazionali assicurando, nel contempo, l’osservanza alle compatibilità economiche sancite dalla vigenza dei trattati e dei patti internazionali” (Collettivo red link).
Sulla linea di questa nuova situazione anche l’atteggiamento del governo rispetto al mercato del lavoro sembra indirizzato ad un rilancio della concertazione come paradigma per cercare di ingabbiare le richieste di un’inversione di tendenza e mantenere inalterate le linee di fondo che negli ultimi anni hanno fatto da base all’introduzione di contratti e forme lavorative cosiddette atipiche.
La concertazione fra le parti sociali rimane anche per gli imprenditori un modello vincente e proprio da questi viene ribadita la necessità che non venga affrontata nessuna riforma delle regole del mercato del lavoro. Confindustria ad esempio è della ferma convinzione che la legge Biagi non abbia stravolto il mercato del lavoro e dalle parole di Giorgio Usai, responsabile dell’area delle relazioni industriali nell’organizzazione guidata da Montezemolo, se “è vero che il 50% delle nuove assunzioni è a termine” questo è “solo perché l’ingresso nel mondo del lavoro è sempre difficile”.
In una ricerca condotta nel giugno 2006 dall’Associazione piccoli industriali su un campione di 270 imprese, ad essa associate, rappresentative di tutti i settori, ne è emerso come gli industriali promuovano la “legge Biagi”. Si evidenzia anche che non l´hanno applicata nella sua totalità visto che molte possibilità non sono state sfruttate come “l´appalto”, usato solo per servizi marginali (mense, pulizie o manutenzione), il “distacco” (un lavoratore che viene temporaneamente messo a disposizione di altri), il “lavoro intermittente” (discontinuità nell´impiego) o il “lavoro ripartito” (due lavoratori che si dividono un unico contratto).
Molto più sfruttate, invece, le altre possibilità della legge come il “lavoro somministrato” (sostituisce il lavoro interinale) usato da un terzo delle imprese, il part-time (61%), l´“apprendistato” (49%) e il “lavoro a progetto” (51,6%), mentre stenta a prendere piede il “contratto di inserimento” (13%) perché mancano adeguate agevolazioni per le imprese. L’Api ha inoltrato alla presidenza del consiglio alcune proposte di modifica della normativa come ad esempio la possibilità delle imprese di assumere un numero predeterminato di lavoratori a tempo determinato in rapporto al totale dei dipendenti, allungando il periodo di prova dopo l’eventuale assunzione. Un’altra proposta riguarda la riduzione del carico fiscale sul lavoro straordinario mentre si richiedono forme di flessibilità nell’orario con la possibilità di allungarlo in alcuni periodi e accorciarlo in altri, adeguando le capacità produttive al mercato. Nel complesso gli imprenditori spingono affinché non solo venga mantenuto inalterato l’impianto indicato dalla Legge 30 ma che le sue forme applicative vengano ulteriormente alleggerite dai già pochi vincoli esistenti e che in uno scenario di forte precarietà lavorativa e sociale sia sempre più e solo lo stato a farsi carico degli ammortizzatori sociali (la cosiddetta flex-security) necessari ormai per garantire un livello minimo di sopravvivenza e il mantenimento della pace sociale.
Anche il governo non si discosta molto dalle indicazioni date dagli imprenditori. Il ministro del lavoro Cesare Damiano ha più volte dichiarato l’intenzione di migliorare la legge laddove crea precarietà e non di abrogarla; “della 30 terremo le parti valide”, così il governo ha intenzione di procedere per modifiche a tappe. I primi passi indicati sono quelli di cancellare il “lavoro a chiamata” e lo “staff leasing” che abbiamo visto sono forme quasi per nulla utilizzate dalle aziende. Il ministro Damiano spiega che “ciò che va della legge 30 lo applicheremo. Ciò che non vale, ed è tanto, lo cancelleremo”.
Nonostante le dichiarazioni del luglio 2006 del capogruppo di Rifondazione alla commissione lavoro, Augusto Rocchi, che affermava: “Il ministro si è impegnato a inserire nella prossima finanziaria una delega per la modifica generale della legislazione sul lavoro: e non si parla solo della Legge 30, ma del pacchetto Treu e dei contratti a termine. Ma è chiaramente un processo che prende più tempo”; nella presentazione della nuova Finanziaria non si è vista traccia di tutto ciò.
Il programma dell’Unione per la campagna elettorale alla voce “lavoro” prevedeva infatti un superamento della Legge 30 con l’abolizione del lavoro a chiamata, dello staff leasing e del contratto d’inserimento - cioè quei contratti che come abbiamo visto non sono utilizzati dalle imprese - mentre che altre forme di flessibilità come il lavoro a progetto e quello interinale siano ricondotte nell’impostazione del pacchetto Treu, la Legge 197 del 1997 varata dal governo Prodi, ossia che abbiano un utilizzo limitato - sulla carta - entro una certa soglia stabilita in sede di contrattazione collettiva tra le parti sociali. Ricordiamo come sia stato proprio il pacchetto Treu a favorire l’estensione dei contratti precari con l’introduzione in Italia del lavoro interinale e con la regolamentazione degli attuali contratti a tempo determinato che spesso vengono addebitati alla legge Biagi.
Il quadro fornito da una recente indagine Istat sul mercato del lavoro evidenzia come ad oggi l’occupazione sia caratterizzata per il 63% da dipendenti a tempo indeterminato e per la prima volta più della metà delle nuove assunzioni avvenga con contratti atipici. La permanenza nel lavoro flessibile si allunga creando incertezze. Molto alta è l’incidenza dei contratti a termine, di collaborazione, a progetto o occasionali fra le donne e i giovani, il 57% di questi ha meno di 35 anni. Si è avuto un incremento dell’occupazione per lo più a termine a partire dall’introduzione del pacchetto Treu e successivamente questa quota di contratti a termine è rimasta stazionaria anche negli anni successivi dimostrando una forte similitudine fra le misure adottate dal primo governo Prodi e da quelle del governo Berlusconi. Il problema del precariato si fa percepire diffusamente fra coloro che passano dal non lavoro ad un lavoro dipendente o autonomo, infatti fra il 2004 e il 2005 il 40,5% ha trovato lavoro nella forma di contratto a termine, di lavoro interinale o di lavoro a progetto.
Quello che non viene detto dalle statistiche è che questa situazione è la diretta conseguenza della nuova organizzazione del lavoro capitalistico, dell’internazionalizzazione dei cicli del capitale, della produzione per il profitto che ha prodotto frammentazione e parcellizzazione fra la popolazione lavoratrice. Le forme di lavoro flessibile servono per sostenere ed ottimizzare le esigenze del capitale nell’estrazione di plusvalore e le diverse tipologie contrattuali che le normano vanno nella direzione di sostenere questa economia, quella capitalistica appunto. Nella competizione internazionale dei capitali le imprese reagiscono aumentando le disparità di trattamento, agendo sulla parte variabile del capitale riducendo il costo del lavoro. Frammentando e parcellizzando la classe operaia, individualizzando i rapporti di lavoro si ottengono meno diritti e peggiori condizioni per i lavoratori. In questo quadro tutte le proposte neo-riformiste non permettono una vera inversione di tendenza possibile solo all’interno della lotta di classe in un processo di transizione al comunismo.

 

Il punto di vista della borghesia, le riforme possibili…
Nel campo delle riforme è importante conoscere anche le proposte che emergono nel dibattito su come si intende concepire l’attuale mercato del lavoro, principalmente all’interno di quella variegata area che fa in qualche modo riferimento alle forze politiche oggi al governo. Il dibattito e le proposte ruotano in generale attorno alle indicazioni date dalla Cgil. Proposte che sul terreno della riforma dei rapporti di lavoro si muovono nella direzione di estendere un certo grado di protezione offerta dal diritto del lavoro a tutti i lavoratori dipendenti, superando la distinzione tra “subordinazione” e “parasubordinazione”, tra “lavoratori” e “collaboratori continuativi” e sfoltendo la miriade di rapporti di lavoro atipici.
All’interno delle varie proposte nel dibattito innescato hanno un ruolo di primo piano le riflessioni compiute da Pietro Ichino (attualmente docente presso l’Università degli studi di Milano ed editorialista del Corriere della Sera, già parlamentare del Partito Comunista Italiano) che reputa improponibile l’estensione tout court dello Statuto dei lavoratori a tutti i dipendenti ma ne sollecita una riscrittura, una nuova “rete di sicurezza” dove però nella prima fase della vita lavorativa i rapporti di lavoro dovranno necessariamente avere un grado di stabilità minore rispetto alle fasi successive. Questo viene ritenuto indispensabile per non impedire l’ingresso sul mercato del lavoro e a sua giustificazione viene evidenziato come nella seconda metà degli anni settanta fu il sindacato guidato da Bruno Trentin a chiedere l’introduzione del contratto di formazione e lavoro. In questa ottica vengono avanzati tre progetti studiati da economisti e/o docenti universitari, collaboratori del ministero e consulenti di diversi organismi sovranazionali, che vogliono delineare dei dispositivi di accesso graduale al regime di stabilità piena del rapporto di lavoro che possa sostituirsi all’insieme eterogeneo dei rapporti di lavoro “fuori standard” che caratterizzano il regime attuale.
La prima proposta, formulata da T. Boeri e P. Garibaldi, prevede un rapporto di lavoro unico a tempo indeterminato, assistito subito dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori per quanto riguarda discriminazioni e licenziamento disciplinare ingiustificato mentre per quel che riguarda il licenziamento per motivi economico-organizzativi, caratterizzato da un primo periodo di tre anni di protezione soltanto indennitaria. Questa proposta viene dai relatori definita il “sentiero a tappe verso la stabilità”, dove si prevede un percorso di lungo periodo per l’ingresso nel mercato del lavoro garantendo alle imprese un’assunzione “flessibile”. Questo sentiero ha tre fasi: la prova, l’inserimento e la stabilità. Con un contratto a tempo indeterminato si dovrebbe essere soggetti a un periodo di prova di sei mesi, questo per garantire i padroni sulle “qualità” del lavoratore. Dal sesto mese al terzo anno dopo l’assunzione, si entra nel periodo di inserimento dove si è tutelati dall’art. 18 per quanto riguarda il licenziamento disciplinare e discriminatorio e da una protezione indennitaria nel caso di licenziamento economico. Al termine del terzo anno, la cosiddetta tutela reale, il reintegro, viene estesa anche ai licenziamenti economici. In questa proposta viene anche indicato nella durata massima di due anni il contratto a tempo determinato (Ctd) e viene previsto un salario minimo per coprire i lavoratori oggi lasciati fuori dalla contrattazione.
La seconda proposta, formulata da M. Leonardi e M. Pallini, si caratterizza rispetto alla prima per una minore flessibilizzazione in merito al licenziamento per motivi economico-organizzativi: un periodo di franchigia allungato fino al massimo di un anno, seguito da un regime di mera incentivazione dell’accordo economico tra le parti per la cessazione del rapporto in alternativa all’applicazione della vecchia disciplina protettiva, sul modello della legge tedesca Hartz del 2003. Secondo gli estensori della proposta, i contratti “a tempo determinato” rispondono a esigenze organizzative e funzionali reali delle imprese e hanno contribuito a un effettivo aumento dell’occupazione. Un progetto di legge di riforma, quindi, non può solo limitarsi a cancellare o riorganizzare le tipologie di lavoro a tempo determinato, ma deve preoccuparsi di come soddisfare la necessaria flessibilità nell’organizzazione d’impresa. L’introduzione dei contratti a tempo determinato ha creato una sostanziale differenza di condizioni di lavoro tra lavoratori di diverse età. Tali differenze vanno eliminate. In Italia, dal 1997 a oggi i contratti a tempo determinato di varia natura hanno dato occupazione a circa due milioni di lavoratori, il 10 per cento dell’occupazione totale e circa il 30 per cento delle nuove assunzioni. Tra i giovani dai 15 ai 29 anni, il 25 per cento degli occupati è a tempo determinato e il 50 per cento dei nuovi assunti lo scorso anno hanno un contratto a tempo determinato. Nuova occupazione è stata possibile essenzialmente grazie a questi tipi di contratto.
Questa riforma del contratto di lavoro a tempo indeterminato fa riferimento al progetto di legge di iniziativa popolare “contro il lavoro precario” promosso da parte dello schieramento di centrosinistra ed è sostenuto dalla “sinistra” dei Democratici di sinistra (vedi http://www.precariarestanca.it/proposta-di-legge). Il progetto di legge di iniziativa popolare propone:

  1. di estendere le tutele legali del lavoratore subordinato al “lavoratore economicamente dipendente”, cioè a chi, pur senza essere eterodiretto nell’esecuzione della prestazione della propria attività manuale o intellettuale, si obblighi a prestarla “in via continuativa all’impresa, con destinazione esclusiva del risultato al datore di lavoro”;

  2. di limitare il ricorso del lavoro subordinato a termine a ipotesi oggettive per rispondere a esigenze predeterminate nel tempo e di carattere straordinario od occasionale;

  3. l’abrogazione dei nuovi tipi contrattuali del lavoro intermittente, del lavoro ripartito, del lavoro a progetto e del lavoro accessorio.

Secondo Pallini e Leonardi queste proposte sono pienamente condivisibili. Si deve abbandonare la strada della flessibilità “marginale” per superare le forme di lavoro subordinato “precario”.
Si deve abrogare quindi la disciplina di cui al decreto legislativo 368/2001 di contratti di lavoro subordinato a termine con requisiti causali indeterminati e senza limiti di durata massima e di rinnovo, che è stata anche fonte di incertezza per le stesse imprese, per tornare a un sistema di requisiti causali oggettivi, giustificati da esigenze aziendali predeterminate nel tempo. È opportuno altresì abrogare i nuovi tipi contrattuali che “parcellizzano” la prestazione del lavoratore senza neppure rispondere efficacemente alle esigenze di flessibilità dimensionale dell’impresa.
Viene proposta una ripartizione tra lavoro subordinato e lavoro autonomo, in coerenza con le indicazioni della Corte di giustizia europea che li distingue non in relazione al tipo di vincolo rispetto al committente (se subordinazione e coordinamento), ma rispetto alla loro posizione sul mercato, identificando sostanzialmente il lavoratore autonomo con una “impresa individuale” capace di vendere a terzi un bene o un servizio (anche professionale o consulenziale).
Ma a fronte dell’ampliamento dei destinatari della tutela legale del lavoro subordinato e alla riduzione delle possibilità di ricorrere a tipologie contrattuali di rapporti “a termine”, rilevano che è necessario importare margini ragionevoli di flessibilità nel nuovo tipo di lavoro a tempo indeterminato “standard”, sia in entrata sia in uscita. I contratti a tempo determinato hanno risposto a due esigenze delle imprese: avere periodi di prova più lunghi per valutare i lavoratori e avere maggiori margini di flessibilità. La flessibilità in entrata può ottenersi in misura ragionevole attraverso periodi di prova più lunghi al momento dell’assunzione, disciplinati liberamente dai contratti collettivi. La flessibilità in uscita può agevolarsi attraverso l’attribuzione al lavoratore, alle dipendenze di un’impresa con più di quindici dipendenti, di una “indennità economica di licenziamento”, che si aggiunge al periodo di preavviso. Questa indennità si applicherebbe solo in caso di licenziamenti individuali (e non collettivi) per giustificato motivo oggettivo (e non disciplinare). Il medesimo meccanismo di indennità è stato previsto in Germania dalla riforma Hartz del Governo social-democratico.
Per le forme di collaborazione coordinata e continuativa non deve necessariamente significare l’automatica estensione a quest’ultime delle previsioni dei contratti collettivi sottoscritti per i lavoratori subordinati, soprattutto in materia di retribuzione minima, orario di lavoro, fruizione di permessi e ferie.
Ad esempio si devono poter prevedere minimi retributivi differenziati per i “coordinati”, anche in senso peggiorativo per compensare i minori obblighi e restrizioni cui sono soggetti nell’esecuzione della prestazione di lavoro. Secondo gli ideatori di questa riforma il lavoro oggi considerato precario verrebbe ricondotto nell’ambito del lavoro subordinato e quest’ultimo reso un po’ più flessibile. Il sindacato potrebbe allargare la sfera di rappresentanza e di contrattazione anche ai lavoratori oggi esclusi. Il lavoro a tempo determinato rimarrebbe solo per requisiti causali determinati e giustificati da esigenze limitate nel tempo.
La terza proposta formulata da Andrea Ichino si distingue invece dalle prime due per la previsione, in alternativa al contratto a tempo indeterminato con protezione piena fin dall’inizio, della possibilità di prima assunzione con un contratto a termine di durata non inferiore a tre anni, non rinnovabile presso la stessa impresa, fruibile dallo stesso lavoratore fino a un massimo di tre volte presso imprese diverse. I cardini della proposta del Contratto temporaneo limitato (CTL) secondo A. Ichino sono quattro:

  1. Nell’area del lavoro subordinato e delle collaborazioni autonome in posizione di dipendenza economica (dove il collaboratore trae più di metà del proprio reddito da un unico rapporto) sono aboliti tutti i preesistenti contratti temporanei di lavoro (contratto di inserimento, lavoro a chiamata, lavoro a progetto), salvi i casi classici di eccezione individuati dalla legge n. 230/1962 (lavoro stagionale, sostituzione di lavoratore assente, settore dello spettacolo, ecc.) e il lavoro interinale.

  2. A ciascuna azienda è consentito assumere per una sola volta un lavoratore con un contratto temporaneo che deve avere durata non inferiore ai 3 anni (Ctl). È ammesso il patto di prova, fino al massimo di tre o sei mesi, a seconda del livello professionale. Alla fine del contratto, il lavoratore viene assunto a tempo indeterminato oppure lascia l’azienda.

  3. Ciascun lavoratore può usufruire al massimo di tre contratti temporanei limitati, ciascuno con un’azienda diversa, prima di un’assunzione a tempo indeterminato.

  4. La possibilità di Ctl di durata superiore ai tre anni è lasciata alla libera contrattazione delle parti, ed il recesso del lavoratore è consentito anche prima del termine.

Salve le eccezioni tradizionali, dunque, la proposta prevede due soli tipi contrattuali: il contratto a tempo indeterminato e il contratto temporaneo limitato. Nella fase di transizione, gli altri contratti temporanei attualmente previsti dall’ordinamento, ad esempio i contratti a progetto, continuerebbero fino a scadenza e poi verrebbero sostituiti da Ctl o da rapporti a tempo indeterminato.
Ma quale è l’idea del mercato del lavoro e degli istituti contrattuali per la Cgil? Nella proposta avanzata nel febbraio 2005 il sindacato indicava come necessario un rovesciamento della filosofia della Legge 30 ridando al pubblico un ruolo centrale e di governo, diminuendo la frantumazione nelle tipologie di impiego ridando centralità al rapporto a tempo indeterminato. Devono essere cancellati alcuni rapporti di lavoro: lo staff leasing, il contratto a chiamata, il contratto con vouchers, l’apprendistato per diritto-dovere, il contratto di inserimento.
È anche necessario un intervento di riscrittura per gli attori operanti nel mercato del lavoro, un doppio canale che da un lato individui le imprese di fornitura del lavoro temporaneo e dall’altro i soggetti interessati alla selezione e ricollocazione del personale. In questo modo va riconfermato il primato del pubblico con un supporto di soggetti privati per coprirne le carenze, favorendo l’intreccio tra servizi all’impiego e imprese di outplacement. Dovrebbe essere cancellato l’istituto della certificazione dei rapporti di lavoro e reintrodotto il divieto di interposizione di manodopera, salvo per le causali definite dalla legge e dalla contrattazione per il lavoro temporaneo.
La Cgil partendo da questi presupposti chiede che le collaborazioni costino anche previdenzialmente e fiscalmente come il lavoro subordinato e che siano riservate a funzioni con elevata autonomia e creatività, tutte individuate dalla contrattazione collettiva. Per il contratto a termine si chiede che venga ripristinata la titolarità della legge e della contrattazione collettiva per definire causali e percentuali massime di utilizzo, il tutto per ridurne l’abuso. Che per il part-time venga favorito l’uso volontario per conciliare lavoro e vita privata ridando equilibrio tra contrattazione collettiva e rapporto individuale. Si chiede che il lavoro in somministrazione torni ad essere lavoro temporaneo, le cui causali e le percentuali massime di utilizzo, siano rimesse alla contrattazione collettiva.
L’apprendistato e il contratto di reinserimento devono essere rinominati come contratto a scopo formativo e contratto d’inclusione e devono avere una funzione di completamento e aggiornamento delle competenze; il vantaggio per l’impresa deve essere di natura contributiva e fiscale e non di tipo salariale o basato sulla compressione di alcuni diritti come la malattia. Si dovrebbero prevedere tirocini formativi per i giovani fra i 16 e i 18 anni con un intreccio tra strutture scolastiche/formative e imprese. Per i soggetti “svantaggiati” si deve applicare il contratto di inclusione, al cui interno si prevede la possibilità di misure soggettivamente calibrate rispetto alle condizioni di disagio. Si chiede che venga effettuato un controllo più rigido in merito ai regimi d’appalto e al trasferimento di ramo d’azienda. Si propone una riforma generale degli ammortizzatori sociali con l’obbiettivo di difendere e riqualificare il lavoro. Questa proposta va completata con raccordi tra strumenti di impostazione lavorativa che vedono come conclusione l’istituto del “reddito di ultima istanza”, con strumenti di stampo inclusivo/sociale quali il “reddito di cittadinanza o di inclusione” rivolto a chi il lavoro non lo ha mai incontrato.
Questa è una sintesi di alcune delle proposte che il sindacato italiano più rappresentativo avanza e propone anche all’attuale governo basandosi essenzialmente sullo strumento delle leggi di iniziativa popolare.
Tutte le proposte che abbiamo brevemente esaminato, pur cercando di ridare maggiori diritti e garanzie, rimangono interne ad una logica di patto sociale, di compromesso fra le parti e non mettono in discussione i rapporti gerarchici e di sfruttamento insiti nell’attuale organizzazione del lavoro.
Sono proposte “ottimiste” che partono da una valutazione positiva del cambiamento sia nella guida politica del paese con il governo di centro-sinistra sia con il cambio ai vertici di Confindustria con la presidenza Montezemolo; cambiamenti che possono permettere il rilancio del terreno della concertazione e della contrattazione tanto cara alla sinistra italiana e al sindacato, Cgil compresa. Anche per questo sindacato non si va molto oltre la richiesta di un ritorno ai principi del pacchetto Treu e nonostante alcune dichiarazioni rimangono ingabbiati nella logica che ha prodotto il patto sociale sancito dall’accordo del luglio 1993.

Una classe in movimento…
La critica all’intero impianto della Legge 30 e dei decreti attuativi è presente in tutte le forze a partire dalla sinistra sindacale Cgil, a tutto il sindacalismo di base o autorganizzato, fino alle diverse anime che compongono il variegato movimento, dai cosiddetti partiti della “sinistra radicale” alle strutture ed organismi autonomi. Tutti sbandierano l’intenzione di abrogare totalmente la legge 30 e tutto quel complesso di provvedimenti che ha permesso di destrutturare il lavoro, precarizzando e flessibilizzando, rendendo sempre più individuale il rapporto fra lavoratore e controparte padronale sia nel settore privato che pubblico. In primo piano, nelle mobilitazioni, sono state in questi anni quelle figure sociali che hanno maggiormente subito gli effetti della precarietà lavorativa e della ristrutturazione sia dei settori produttivi che di quelli dei servizi.
Diverse iniziative si sono susseguite ed hanno posto all’ordine del giorno la richiesta di nuovi diritti e di un reddito o di un salario dignitoso; hanno posto all’ordine del giorno la richiesta di una stabilità lavorativa in opposizione alle logiche proprie della riforma del mercato del lavoro a partire dalle proposte del Libro Bianco, passando per il pacchetto Treu fino alla legge Biagi.
Questo movimento diversificato e frammentato ha saputo muoversi sia a livello territoriale con numerose vertenze, di cui una delle più significative è quella dei lavoratori dei call-center e di Atesia in particolare, sia a livello di iniziative più generali passando dai vari May Day fino alle iniziative della rete “Stop precarietà ora”. Nell’appello di indizione della manifestazione a Roma del 4 novembre prossimo è indicata al primo punto la necessità dell’“abrogazione delle tre leggi simbolo della politica per la precarietà del governo delle destre, la Legge 30, la Legge Bossi-Fini sui migranti, le leggi Moratti sulla scuola e l’università e di tutte le disposizioni e decreti ad esse collegati”. Viene posta immediatamente dopo come priorità, la mobilitazione per “la fine del regime della precarietà a vita che oggi tocca milioni di lavoratrici e lavoratori. La riscrittura di tutta la legislazione sul lavoro e sull’occupazione, per mettere fine a tutte le forme di precarietà permanente e diffusa, per combattere il lavoro nero e sottopagato, per contrastare la caduta dei salari, la flessibilità selvaggia negli orari, il peggioramento delle condizioni di lavoro. [...] Il lavoro a termine deve tornare ad essere solo un’eccezione e dovrà in ogni caso garantire salari e contributi più alti del lavoro a tempo indeterminato. [...] Nuove norme contro le imprese pubbliche e private, che si ‘smontano’ (tramite appalti, trasferimenti di ramo d’azienda, esternalizzazioni) con il solo scopo di ridurre diritti e salari. [...] Va garantita la centralità del pubblico nel collocamento dei lavoratori.”
Come sopra evidenziato questo aggregato di forze ed individualità si pone, tra le altre indicazioni, anche l’obbiettivo dell’abolizione della Legge 30 principalmente attraverso una pressione all’interno delle strutture sindacali e politiche di loro riferimento, strutture oggi per lo più al governo del paese. Viene condotto un lavoro che passando da incontri nazionali ad assemblee e dibattuti a livello locale arriva fino alla manifestazione nazionale del prossimo 4 novembre.
I soggetti che rappresentano questa coalizione riportano la loro esperienza fatta sul campo e la reale conoscenza degli attuali livelli di precarietà, come ad esempio dalle parole del segretario generale della Flc Cgil, la federazione dei lavoratori della scuola, università e ricerca, che descrive così l’attuale situazione dei precari in questo settore: “In questi ultimi anni è esploso un vero e proprio far west della precarietà, che ha significato un calo di diritti per i lavoratori, ma anche un’aggressione brutale a uno dei servizi essenziali: quello all’istruzione. Si parla, per difetto, di circa 300 mila persone. Il 20% del personale della scuola, il 50% delle università, fino all’80% negli enti di ricerca - eclatante il caso Cnr - il 70% nella formazione professionale. L’età media dei neoassunti in ruolo nelle scuole è di 39 anni, 5 anni più alta rispetto al 2001, ma addirittura 14 anni più alta rispetto agli anni Ottanta. Gli assegnisti di ricerca hanno un’età che varia tra i 32 e i 40 anni. Tantissime le tipologie contrattuali: esternalizzati, cococò, a progetto, borse o assegni di ricerca, consulenze, contratti di insegnamento, dottorati, lavoro volontario, per citarne alcune. Io ritengo che questo «boom» [...] sia stato voluto per indebolire il carattere pubblico della conoscenza e dare spazio al privato”.
Questi soggetti portano anche con loro però tutti i limiti stessi delle organizzazioni da cui provengono ed in cui svolgono attività di rilievo, ed anche tutte le ambiguità che in questi anni sono emerse nelle scelte di un’azione essenzialmente concertativa e neo-corporativa. Ancor di più oggi dove il governo di centro-sinistra sta ulteriormente confermando delle scelte di politica neo-liberista in continuità con il governo precedente, dove non vi è traccia di un’inversione di rotta rispetto alla precarietà e alle condizioni generali dei lavoratori mentre si aumentano stanziamenti per le spese militari e per finanziare la guerra imperialista. Così l’imperativo dell’abolizione delle leggi imposte dal governo Berlusconi appare sempre più solo formale e vuoto se rimane interno ad una battaglia per una spartizione di una maggiore “rappresentanza” istituzionale fra i vari partiti ed il governo.
Una chiara posizione contro la Legge 30 viene espressa anche nell’indizione dello sciopero generale: “Le scriventi organizzazioni sindacali CUB, A.L. Cobas, Confederazione Cobas, USI-AIT, USI, Unicobas e Slai Cobas, PROCLAMANO lo Sciopero Generale di tutte le categorie pubbliche e private per l’intera giornata del 17 novembre 2006. Lo sciopero generale è indetto per la redistribuzione del reddito la difesa ed il rilancio del sistema previdenziale pubblico e dello stato sociale (scuola, sanità, casa, ecc…), per salari europei, rinnovi contrattuali veri, lavoro stabile e tutelato e diritto al reddito, contro la guerra, per il taglio drastico delle spese militari, contro la legge finanziaria, lo scippo del T.F.R., la legge 30 ed il pacchetto Treu ...”.
È questo un importante momento per la costruzione di un’opposizione reale alle politiche statali imposte dalla classe dominante, la borghesia imperialista, che segue il riuscito sciopero dello scorso 6 ottobre che ha portato a Roma più di trentamila precari della pubblica amministrazione, tutti insieme per l’abolizione della Legge 30, contro il Pacchetto Treu, per la stabilizzazione di tutti i rapporti di lavoro, finora dispersi e frammentati, e per il diritto ad un salario adeguato al carovita crescente.
Se fino ad oggi comunque non abbiamo assistito ad un vero movimento in conflitto con le politiche governative, dove le diverse iniziative sono rimaste frammentate, divise ed anche estemporanee, dove la protesta è rimasta nell’alveo di una critica ideologica, una nuova situazione richiede uno sforzo maggiore sia di elaborazione che di iniziativa per la ri/costruzione di una forza di opposizione di classe, fuori da ogni suggestione neo-riformista, che parta dalla centralità del lavoro, dallo scontro capitale/lavoro.
Riannodare le fila che da un lavoro di propaganda sappiano costruire forme di organizzazione e coordinamento dei soggetti sociali che formano il nuovo proletariato metropolitano, a partire dalla partecipazione attiva e cosciente ai momenti di lotta che si stanno sviluppando, promuovendone l’estensione e l’unità delle singole vertenze, ricomponendo il particolare nel generale della critica allo sfruttamento capitalistico.
Se è corretto avanzare la parola d’ordine “abolire la Legge 30”, allo stato attuale dello sviluppo della lotta di classe questo risulta più uno slogan da cui partire per costruire iniziative ed aggregazione piuttosto che un concreto risultato da ottenere nell’immediato. E’ necessario andare oltre la facciata, tutta questa legislazione che è stata introdotta è il risultato di un’offensiva padronale che il capitale sta dispiegando a livello globale e riguarda tutti gli stati-nazione dei paesi a capitalismo avanzato, per cui non si tratta “solo” di opporsi ad una specifica legge, ma, essendo questa espressione dell’attuale organizzazione del lavoro capitalistico diviene questo il vero obbiettivo di una necessaria critica della trasformazione e del superamento. Il superamento dell’attuale struttura economica e sociale si trasforma in un piano per una prospettiva rivoluzionaria di lunga durata che implica come momenti altamente positivi la ri/conquista nell’immediato di forme di rigidità e di garanzie che portino ad un miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita per tutte/i.
Ed allora... facciamo come in Francia!!!
Perché no!!!



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