SENZA CENSURA N.22

marzo 2007

 

Partendo da Vicenza...

Parziale bilancio e prospettive del movimento per la difesa dei beni comuni e contro le servitù militari, e dell’opposizione politico-sociale all’attuale esecutivo

 

La vostra guerra la rifiuteremo
le vostre basi le saboteremo
Da Venezia a Vicenza, da Venaus a Rosà
State inquinando la nostrà libertà
E se giocate con la nostra pelle
Noi vi diciamo No. ed è un No ribelle
(Rap No Dal Molin, Licia di Vicenza)
 

La manifestazione del 17 febbraio a Vicenza
Questa mobilitazione ha fatto saltare gli «schemi» di coloro che fino all’ultimo avevano puntato sulla «de/mobilitazione» per depotenziare questo importante passaggio del movimento contro la costruzione della nuova base americana Ederle II: è stata una manifestazione contro il governo Prodi e contro la presenza militare USA.
La presenza è stata massiccia, la voglia di riempirla dei propri contenuti ha rotto l’auto-censura preventiva che il governo voleva imporre, così come le paranoie securitarie che i manifestanti dovevano introiettare ed esprimere nei confronti di alcune componenti della mobilitazione non hanno trovato terreno fertile.
Infine il teatrino della collocazione predeterminata e compartimentata di gran parte degli «spezzoni» è in gran parte saltato, favorendo un positivo mescolamento delle varie anime che hanno arricchito la manifestazione sin dalla partenza.
Certamente, si è comunque distanti dall’identificazione di una parte consistente della porzione di coloro che si sono mobilitati con coloro che durante questi anni sono stati oggetto di operazioni repressive, e sono tuttora incarcerati, anche quando l’iniziativa politica di questi compagni/e veniva sviluppata su quelle tematiche e contro quegli obiettivi con cui e contro cui le varie contraddizioni sociali si sono espresse e i movimenti cresciuti: dalla precarietà sociale alla devastazione ambientale, dalla guerra al razzismo istituzionalizzato.
Questa mobilitazione è stata la naturale saldatura di tutte quelle esperienze che hanno aderito al “Patto di Mutuo Soccorso” e dell’opposizione politico-sociale a questo esecutivo.

Si chiude una fase, se ne apre un'altra...
Superata, con il sì di Prodi alla costruzione della base, la fase interlocutoria di pressione sul «governo amico», consumata la speranza di una sua significativa inversione di rotta - del tutto tramontata con le conseguenze della “crisi” di governo con il voto al Senato sulla politica estera - ora si è aperta una nuova fase.
Ora questa mobilitazione ha come patrimonio un accresciuto consenso popolare e una notevole maturazione politica, e come propria prospettiva obbligata l’impedimento materiale della costruzione della base e la messa in discussione della già abbondante militarizzazione del territorio vicentino, anche attraverso la “riconversione preventiva” ad uso civile dei siti militari in questione.
Nel giro di pochi mesi, a causa e nonostante il parere favorevole del governo per la costruzione di Ederle II, il movimento è cresciuto a Vicenza e a livello nazionale, sia quantitativamente che qualitativamente.
Dalla incoraggiante partecipazione alla manifestazione del 2 dicembre (20.000-30.000), ignorata completamente dai media a causa della «marcia su Roma» del «popolo» della “Casa della Libertà”, si è passati al bagno di folla del 17 febbraio; da una sacrosanta opposizione centrata solo sul nefasto impatto ambientale della base, e alla sua collocazione logistica, si è passati ad un “No!” più netto ad una nuova base di guerra.
Dalle pionieristiche iniziative dei primi due comitati intrise di spirito «nimby»: not in my backyard (non nel mio giardino) si potrebbe arrivare ad una coscienza molto più consona al motto «Né qui, né altrove».
Da una battaglia locale si è sviluppato un movimento nazionale, che potrebbe sviluppare un respiro trans-nazionale, vista la partecipazione, l’attenzione e l’adesione “internazionale” alla manifestazione, e visto che trova ora un positivo humus adeguato proprio in quelle mobilitazoni che si stanno sviluppando in più parti d’Europa, in varie forme e con differenti livelli di partecipazione, contro le basi di guerra e la presenza diplomatico-militare statunitense (Sardegna, Spagna, Germania, Grecia, Slovenia...).
Inoltre la determinazione del popolo vicentino schierato contro la base è stato un elemento catalizzante per tutte quelle esperienze di lotta locali che si battono per la difesa dei beni comuni, così come contro le servitù militari, ridando tra l’altro linfa vitale al movimento contro la guerra che può ora tentare di gettare le basi per intraprendere un percorso indipendente rispetto al quadro istituzionale, una strategia preventiva nei confronti delle imminenti aggressioni militari e la messa in discussione di quelle in atto, obiettivi chiari che non siano la semplice esposizione mediatizzata del proprio disappunto etico nei confronti della guerra.

Movimento no war e opposizione politico-sociale: bilancio e prospettive
Non pensiamo che il movimento contro la guerra sia “rinato” a Vicenza, ma che la lotta di Vicenza ne costituisca una possibilità di ri-articolazione partendo appunto dalla resistenza alla presenza militare sul territorio, alle sue necessità logistiche e agli interessi economici ad essa connessi.
Allo stesso modo pensiamo che il riuscito sciopero contro la finanziaria di guerra a novembre del 2006 avesse posto sul tappeto, tra l’altro, la possibilità di opporsi alla necessità di attingere alla tassazione del lavoro dipendente per finanziare l’apparato militare-industriale e le missioni militari all’estero. Aveva messo in crisi le operazioni mirate di consenso, rispetto alla propria politica guerrafondaia, promosse dal governo, sin dal suo insediamento, dalla manifestazione di Assisi in poi.
In questi mesi ci siamo interrogati sul pecché uno sciopero riuscito a livello di adesioni e che ha coinvolto anche una importante componente studentesca anche nelle varie mobilitazioni locali, visto il livello di unitarietà delle varie anime del sindacalismo di base su un obiettivo condiviso e l’adesione di importanti realtà di delegati del sindacalismo confederale, non abbia trovato ancora il modo di svilupparsi ulteriormente andando ad aggredire gli altri nervi scoperti della politica economica di questo esecutivo.
La mobilitazione di Vicenza ha comunque reso giustizia alla ricchezza, alla capacità di tenuta e alla determinazione dei percorsi di opposizione politico-sociale sul territorio non riassorbiti all’interno dei margini di compatibilità decisi dalle forze politiche istituzionali; esperienze che sono diventate i vettori principali di orientamento e di mobilitazione, al di là dei tardivi sforzi delle forze politiche istituzionali della cosiddetta «sinistra radicale» e del sindacalismo confederale (CGIL) per poterne controllare il flusso, sabotando lo sforzo delle soggettività politiche «non in linea».
Non esiste una forza politica data, né una definita area politica e nemmeno un cartello di situazioni di lotta reale che possa rappresentare tale movimento e rappresentarsi come “egemone” o quanto meno maggioritario, esistono invece e per fortuna una serie di esperienze in grado di attivare quella dinamica virtuosa di articolazione dell’iniziativa a livello “nazionale” e contemporaneamente locale.
Questo andrebbe colto e ampliato.
Così come le mobilitazioni in Val Susa avevano creato un immaginario collettivo positivo per i movimenti e le varie soggettività, non più chiamati/e a una opposizione tardiva prima e a una dignitosa gestione della sconfitta poi, per essere recuperati/e o esclusi/e dai becchini e dai recuperatori di ogni sorta, ma chiamati/e a dare il loro contributo attivo in termini di contro-informazione, mobilitazione articolata e co-determinazione degli obiettivi perseguiti, così la lotta contro la costruzione della base Usa a Vicenza sta ampliando e cementificando questo processo.
La lotta in Val Susa è stata un vettore di identificazione e una iniezione di ottimismo nelle proprie capacità per tutti coloro che resistono in Italia, dal presidio contro un eco-mostro locale fino alle iniziative con un contenuto più ampio.

Le strategie del nemico e l'evoluzione del movimento: ipotetici scenari e possibili percorsi
È chiaro che a Vicenza, e non solo, molti passaggi devono essere fatti, sia rispetto a un coinvolgimento maggiore della forza sociale dei lavoratori di Vicenza e non, sia rispetto all’incisiva dissuasione delle ditte che si preparano a gareggiare per gli appalti legati ai lavori di costruzione della base, così come degli interessi economici che la sponsorizzano.
Altri passaggi devono svilupparsi sia rispetto ad una attiva politica di incentivazione alla «diserzione» delle truppe americane già presenti a Vicenza, e non solo, e proiettate verso teatri operativi.
Certamente poi se è chiara la distanza, ormai incolmabile, tra le forze politiche istituzionali e coloro che lottano contro la Base, essendosi consumata la fiducia riposta nell’attuale esecutivo, non è ancora chiaro nella coscienza dei più l’ostilità che questo governo può mettere in campo per cercare di disarticolare questo movimento: come lo stato e le articolazioni delle forze politiche dell’attuale esecutivo (sindacati confederali e “sinistra radicale”) sta intervenendo e interverrà per indebolire questo fronte di lotta.
Ed è sempre più chiaro che se questo governo non può assolvere al compito, datogli dai suoi «grandi elettori», di incanalare e contenere le espressioni derivanti dalle attuali contraddizioni sociali, facendo si che i movimenti non si diano forme di organizzazione autonome stabili, che non si colleghino tra loro, e soprattutto che non si diano prospettive di trasformazione sociale avanzata, lo stesso ha un’unica carta da giocarsi: la criminalizzazione e lo scontro con chiunque metta seriamente in discussione il suo operato.
Il movimento NO TAV e NO Dal Molin sono tra questi. Uno scontro che implica contemporaneamente anche il ridimensionamento di quelle «variabili» che ostacolerebbero il perseguimento della sua politica: gli elementi e le esperienze più combattive che non funzionano da cinghia di trasmissione degli interessi governativi all’interno della classe, e che potrebbero orientare, mobilitare e agglutinare una vasta porzione di sfruttati anche sui temi più generali come: precarietà sociale, guerra, devastazione ambientale, immigrazione...
Anche In questo senso va letta l’operazione repressiva dello stato del 12 febbraio e tutto il suo contorno mediatico, come un pesante anticipo di un processo che è già in corso da tempo: disarticolare centri di mobilitazione indipendenti sul territorio e impedirne preventivamente una relazione virtuosa con i movimenti, il tutto con una manovra a tenaglia in cui alla “destra” filo-istituzionale di movimento è affidata la marginalizzazione di queste esperienze e allo stato il compito di reprimere.
Certamente i tentativi di mobilitazione reazionaria su base locale e nazionale saranno sempre più coordinati tra lobby pro-Base e forze politiche governative, così come i tentativi di recupero e di spaccatura saranno sempre più perseguiti da parte delle soggettività che non hanno definitivamente consumato il rapporto con questo esecutivo e hanno interessi nell’amministrazione dell’esistente anche a livello locale, mentre ipotizzabili e storiche intimidazioni terroristiche di stampo yankee sono sempre all’ordine del giorno, questo proprio quando si sta preparando l’apertura di un altro fronte della guerra globale.
Questo non lo diciamo per un amore particolare per le “teorie del complotto” e dietrologie varie, ma perchè è la storia di questo paese che ce lo insegna dalla strage di Piazza Fontana in avanti, e perchè lo scrivono gli stessi luminari americani della “guerra al terrorismo” di come si prepara una aggressione «sul fronte interno».
D’altro canto sarà il piano dello scontro imposto dal proprio antagonista di classe e la necessità di rendere sempre più incisiva la lotta che farà evolvere, o rifluire, questa lotta e i suoi protagonisti.
Senz’altro, Una corretta lettura delle strategie del proprio avversario e della sua capacità di incidere a fondo nella determinazione del corso di una lotta non va sopravvalutata, né sottostimata, né va presa alla leggera la capacità di riprodurre meccanismi di desolidarizzazione tra coloro che lottano in un dato contesto con un obiettivo dato e coloro che si pongono una prospettiva di trasformazione radicale della società.



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