SENZA CENSURA N.25

marzo 2008

 

Superare il settarismo in Medio Oriente

Intervista a Hisham Bustani, intellettuale e attivista pan-arabista

 

Offriamo ai lettori di Senza Censura la traduzione di una intervista del quotidiano del Qatar al-Raya a Hisham Bustami, intellettuale e attivista pan-arabista “giordano” di cui abbiamo già pubblicato altri contributi sui numeri precedenti di Senza Censura.
Hisham Bustami è tra l’altro segretario del Forum del Pensiero Socialista in Giordania, e membro del Comitato di Coordinamento della Alleanza dei Popoli Arabi Resistenti.
Questa intervista è apparsa in inglese sulla storica rivista della sinistra anti-imperialista statunitense, Monthly Review.
Bustani analizza alcune questioni correnti: la situazione nella regione araba; le minacce contro l’Iran; l’ “Iniziativa Medio Oriente Allargato”; gli Stati Uniti, i regimi arabi e gli “Islamisti”; e le prospettive del progetto di liberazione araba.
Questa intervista, condotta dal giornalista As’ad al-Azzouni, chiarisce i processi interni di subordinazione e la loro connessione con i processi esterni. Fa anche luce sulla posizione degli arabi “progressisti” e su come percepiscono la loro realtà oggettiva ed il futuro. Bustani rileva il bisogno di un’unità della Sinistra nella costruzione di un movimento pan-arabo “de-settarizzato” di resistenza all’imperialismo.
Un breve stralcio dell’intervista chiarisce subito il suo punto di vista:
«L’Islam politico non è bersaglio degli Stati Uniti – piuttosto ciò che è bersaglio è la resistenza, sotto qualsiasi etichetta. In Sud America ed nel Sud-Est asiatico la resistenza assume un assetto di sinistra (FARC, i partiti politici comunisti filippino e nepalese), e gli USA li attaccano. Nella regione araba, la resistenza assume la forma dell’Islamismo, e gli USA attaccano anche questa. Il comune denominatore è la resistenza all’egemonia di Washington ed al suo piano d’azione per il controllo, non l’Islam.»
Questo contributo si inserisce in un filone di ricerca di Senza Censura che cerca di scandagliare il quadro politico arabo all’interno delle attuali trasformazioni, valorizzando le esperienze di resistenza all’imperialismo che si danno nella regione.

 

SUPERARE IL SETTARISMO IN MEDIO ORIENTE
Un’intervista con Hisham Bustani, di As’ad al Azzouni

Vediamo ciò che accade a Gaza e nella West Bank, in Libano ed in Iraq. Come legge lo stato attuale delle questioni nella regione araba, e come vede il futuro? C’è una via d’uscita da questa situazione?
La regione araba è uno spazio dove due progetti e le relative variabili competono tra loro. Sfortunatamente nessuno dei due ha niente a che fare con la liberazione araba.

Il primo e più pericoloso, quello con “alta priorità” sull’agenda del confronto, è il vecchio/nuovo progetto sionista/imperialista. Si basa sulla continuazione della dominazione colonialista e sulle divisioni che ha creato nella terra araba, con la conseguente frammentazione negli esistenti pseudo-stati fittizi, che non possono portare alla realizzazione di un vero progetto di liberazione.
Le nuove variabili nell’evoluzione dell’imperialismo sono: 1) il suo unipolarismo, 2) il suo bisogno urgente di ridisegnare la geografia politica che era stata relativamente stabile nel periodo post-coloniale e durante la Guerra Fredda, e 3) il suo sforzo di minare i nuovi poteri in ascesa, principalmente la Cina, l’India e l’Europa.
La nuova regola nella regione araba è la frammentazione, ed il ridisegno delle società post-coloniali in unità più piccole, settarie per religione, etniche, claniche e familiari. Gli stati arabi oppressivi ed i loro regimi patriarcali e tirannici hanno giocato un ruolo importante nello spianare la strada alla frammentazione, attraverso la distruzione delle strutture civili e sociali della gente. Qui possiamo discernere chiaramente il ruolo altamente funzionale dei regimi arabi come aiutanti nel contesto dell’imperialismo e della sua agenda per il controllo.
Otre agli esempi dell’Iraq e del Libano, attualmente in subbuglio, l’osservatore obiettivo può trovare divisioni pronte per una possibile detonazione in molti degli stati arabi. Non c’è che da osservarli per rilevarne le potenziali contraddizioni interne: negli stati del Golfo e nello Yemen (sulla base di Sunniti contro Sciiti), in Siria (sulla base di Sunniti/Alawi/Durzi/Kurdi), in Giordania (giordani contro palestinesi e divisioni claniche/familiari), Egitto (mussulmani contro copti), e negli stati del Maghreb (arabi contro berberi).
Vale la pena di notare che le aree già corrose dalle frammentazioni interne e esplose per i conflitti sono quelle dove la resistenza organizzata esiste (Iraq, Libano e Palestina). Questo suggerisce chiaramente una dinamica di causa-effetto: una delle più importanti ragioni per generare e riprodurre strutture sociali frammentate è di contenere ed eliminare i fenomeni di resistenza, e di prevenire o controllare l’emergere di nuovi fuochi di resistenza.
Il secondo progetto principale nella regione araba è il progetto iraniano. Il suo aspetto problematico è che non è un progetto di liberazione, ma piuttosto è previsto in un piano di espansione con aspetti nazionalisti e settari. Per quanto collida con gli USA ed il loro orientamento espansionistico, la lotta del regime iraniano con l’imperialismo si svolge sulla base di benefici e sfere di influenza, non è orientata ad una politica di liberazione. In tal modo, possiamo comprendere meglio le contraddizioni emergenti nella politica iraniana: il supporto del regime alla resistenza in Libano e Palestina; la sua agevolazione dell’invasione e dell’occupazione statunitense dell’Afghanistan; e il suo ruolo distruttivo in Iraq, con la sponsorizzazione di milizie e politiche settarie che hanno causato la distruzione del paese e la morte di numerosissimi iracheni.
Per queste ragioni, gli arabi non possono cercare la loro liberazione nel progetto iraniano, e non possono che essere clienti e subordinati se optano per il progetto imperialista/sionista. Inoltre, non possono neppure giocare sulla contraddizione potente tra i due progetti, semplicemente perché sono più deboli di entrambi. In quest’equazione geopolitica, un progetto fondato sulla debolezza, senza contare che proprio non esiste, non può confrontarsi con progetti potenti, globali e regionali.
L’unica prospettiva per il futuro è quella orientata alla resistenza, con tutte le dimensioni che questo concetto implica. La resistenza come principale piano d’azione è l’unico meccanismo in grado di spingere avanti la rigenerazione ed il rafforzamento collettivo. Anche se alcune parti della resistenza adottassero guisa ed orientamento settario, la resistenza non sarebbe mai vittoriosa se non riuscisse ad eliminare questo settarismo, perché esso è il principale ostacolo sulla sua strada. Superare il settarismo entro un programma di resistenza è la chiave per il futuro.
La resistenza nella regione araba è presente in tre spazi di lotta. Queste tre resistenze portano il peso di trasformare lo status quo. I sionisti sono stati sconfitti due volte in Libano (2000, 2006); la potenza militare di Washington e la sua credibilità sono intaccate seriamente in Iraq, così seriamente che molti analisti e politici organici allo stato stanno parlando apertamente di una ritirata. In Palestina, le divisioni e frammentazioni della resistenza e la brutale oppressione del sionismo mantengono e riproducono una situazione tragica, che rappresenta il torvo scenario futuro.
Il progetto di liberazione araba può esperire una rinascita solo alle seguenti condizioni:
- Che i gruppi di resistenza irachena riescano a formare un vero fronte di coalizione nazionale con un piano di lavoro strategico collettivo. Questo fronte dovrebbe formulare una visione pratica per una transizione post-Occupazione (un governo di trasformazione che risponda ad un consiglio esecutivo rappresentante tutti i gruppo anti-Occupazione, oltre ad una differente struttura sociale, e la fissazione di una data futura per le elezioni generali). La strategia deve necessariamente affrontare la ragione principale della sconfitta: il settarismo e l’“istituzionalismo” post-coloniale (il fatto di relegare lo sforzo liberatorio entro i confini di uno stato post-coloniale fittizio, dove questo sarebbe oggettivamente seppellito – un chiaro esempio recente: Hamas a Gaza).
- Che la resistenza Libanese personificata da Hezbollah si dimostri capace di trasformarsi in un movimento nazionale sovra-settario di liberazione, che si muova ben al di sopra del vortice del settarismo dove è rimasto intrappolato dai suoi oppositori dalla vittoria del 2006, impedendo ad Hezbollah di mietere i guadagni politici di quella vittoria sull’imperialismo statunitense ed israeliano.
- Che la resistenza palestinese arrivi a comprendere la lezione di Fatah e Hamas: precisamente che la cosiddetta Autorità Nazionale Palestinese non è affatto un’autorità, e che non potrà mai essere “nazionale” fintanto che si trova sotto l’influenza degli occupanti sionisti a del loro piano d’azione per il dominio su tutta la Palestina, anche nelle questioni più triviali. Finché il suo fondamento poggia sugli accordi di Oslo, che inequivocabilmente significano riconoscimento dell’occupazione e dell’entità statale sionista, il suo tentativo di egemonia su qualsiasi processo politico, economico o di sicurezza nei “Territori palestinesi” tronchi è fondamentalmente compromesso. La AP (Autorità palestinese) è in realtà la via maestra che conduce all’effettiva subordinazione al centro sionista ed alle sue strategie di controllo. Se i palestinesi comprendono questo, saranno in grado di procedere alla formulazione di un piano strategico che rifiuti di riconoscere la legittimità dell’entità sionista e la legittimità di ogni processo politico che la riconosca o che sia dominato da questa. La lotta sarebbe allora restituita al suo incubatore pan-arabo, invece che all’orizzonte statale post-coloniale, che inevitabilmente conduce ancora ad un’altra “Madrid” o “Oslo”. Il pan-arabismo oltre gli attuali stati feticcio è la matrice per una resistenza efficace in Palestina ed attraverso la regione.
Se ognuna delle pre-condizioni citate non venisse rispettata, è probabile che vedremo l’odierno scenario palestinese (strutture disintegrate, frammentarie, completamente sotto il controllo dell’occupante, anche senza occupazione diretta) diffondersi, generalizzato lungo i fronti della lotta (Iraq, Libano, Palestina), seguito da simili trasformazioni di disunione in altri stati arabi.

Ci sono minacce di un allarmante “aggressione” USA contro l’Iran. Se queste minacce diventassero realtà, quali sarebbero le conseguenze nel Golfo e nel resto della regione?
Ci opponiamo a qualsiasi aggressione o intervento imperialista ovunque nel mondo e siamo contro ogni progetto statunitense in Iran. Ma dubito che le minacce USA possano essere tanto presto realizzate. Per una serie di ragioni principali, tra cui:
- Gli USA hanno al momento più di 160’000 soldati in Iraq. Se consideriamo l’enorme influenza dell’Iran in Iraq, questi soldati diventerebbero istantaneamente degli ostaggi, ed il tributo medio quotidiano di morti tra le truppe USA balzerebbe dal presente numero di 5-10 a più di 100 al giorno, in caso di attacco via aria o con altre modalità all’Iran. Se l’attuale tributo di morti tra i soldati statunitensi causa gravi problemi all’amministrazione Bush, cosa succederebbe se questi aumentassero dieci volte?.
- L’Iran ha relazioni strette con Hezbollah in Libano e Hamas e la Jihad islamica in Palestina. Tutte queste sono organizzazioni armate che potrebbero infliggere molto dolore al principale alleato USA nella regione, “Israele”, se le ostilità contro l’Iran dovessero essere aperte.
- Gli Stati Uniti hanno enormi basi militari nei Paesi del Golfo; sono tutte entro il raggio d’azione diretto degli armamenti iraniani, e quindi a rischio.
- L’Iran può facilmente bloccare il flusso del petrolio nel Golfo attraverso lo Stretto di Hormuz e lungo le coste iraniane, rallentando le forniture mondiali di petrolio in un momento in cui il costo del greggio ha toccato un nuovo picco sui mercati internazionali.
- L’Iran ha forti relazioni diplomatiche ed economiche positive con attori internazionali dal ruolo chiave (Germania, Russia, Cina), ed essi possono muoversi per offrire una funzione di supporto o pacificatrice.
Per tutte le ragioni menzionate, io presumo che una aggressione statunitense in grande scala all’Iran sia improbabile, per via degli alti costi geopolitici che essa implica. Ritengo anche che le minacce USA all’Iran sono mirate a compiere qualche “progresso” sul fronte iracheno. Sentiamo di numerosi incontri USA-Iran per discutere di accordi in Iraq, e malgrado l’amara ironia di questi incontri (ufficiali americani ed iraniani che discutono del futuro dell’Iraq Occupato), essi non solo denotano l’assenza di un progetto arabo influente nella regione, ma suggeriscono anche che un importante attacco USA all’Iran è improbabile.


Cos’è accaduto al progetto del “Medio Oriente Allargato”? E perché vediamo l’amministrazione americana cambiare strada nel suo approccio a questa questione?

Il Medio Oriente Allargato (o Nuovo) si confronta con ostacoli enormi, tra cui i più importanti sono le resistenze armate capaci di sconfiggere il nemico sul campo. Questo è ciò che accade principalmente in Iraq e in Libano. Se l’aggressione israeliana contro il Libano nel luglio 2006 ha segnato gli “spasmi della nascita di un nuovo Medio Oriente”, secondo quanto detto da Condoleezza Rice, e l’occupazione dell’Iraq ne è stato il suo paradigma principale, allora, a giudicare dal fallimento sia dell’aggressione, sia dell’occupazione, il progetto di Medio Oriente Allargato e Iniziativa per il Nord-Africa (BMEI), con la sua “franca strategia di libertà” era nato morto già dal concepimento. E tale rimane, almeno per il momento.
La seconda ragione è che molti poteri internazionali e regionali rilevano una contraddizione tra i loro interessi ed il Medio Oriente Allargato. L’amministrazione neoliberale ora al timone a Washington è così sconsiderata nella sua arroganza e fiducia in sé che non si coordina o consulta più con i suoi alleati più stretti. Il suo unilateralismo è controproducente per qualsiasi progetto del genere.
Gli europei (molto più vicini geograficamente alla regione araba e perciò più a rischio di essere toccati direttamente dai risultati di qualsiasi cambiamento) hanno il loro proprio progetto, il partenariato euro-mediterraneo, che non lega direttamente con il Medio Oriente Allargato.
La Cina, la Russia e l’Iran vedono nelle risistemazioni attorno ai loro confini una minaccia strategica, e possiamo concludere che la recente Shanghai Cooperation Organization, ed i suoi esercizi militari, siano parte di un presa di posizione dinanzi alla crescente espansione USA ad est, dopo il collasso del Muro di Berlino, la caduta dell’Europa dell’Est e l’ingresso delle repubbliche baltiche nella sfera di influenza americana, e l’occupazione dell’Iraq e dell’Afghanistan.
Il terzo ostacolo è l’inalterato rifiuto popolare arabo verso la “normalizzazione” dell’entità sionista, con il suo avvallo come parte “normale ed accettabile” della regione. La normalizzazione implica l’accettazione dell’abnorme, dell’ingiusto e contraddittorio rispetto all’interesse della gente, come fatto con cui avere a che fare, come accettabile status quo. Normalizzazione significa promuovere una falsa visione della storia che induce la gente a credere ed agire di conseguenza, e serve a rinforzare altre enormi bugie (o altre “normalizzazioni”), come “legittimità internazionale”, che rappresenta in realtà il volere politico dei poteri imperialisti, con gli Stati Uniti in testa.
La normalizzazione faciliterà tremendamente la strada ad “Israele” per diventare il centro capitalista egemonico nella regione, che controlla poi una quantità di strutture sociali frammentarie. Fin dalla sua creazione come entità di pionieri-coloni, “Israele” non ha concluso niente da questo punto di vista, eccetto una incrinatura nell’unità al livello dei regimi (avendo concluso tre accordi di “pace” ed essendosi assicurato il riconoscimento di tutti i governi della Lega Araba). Questo riconoscimento è di importanza minima, dato che i regimi arabi sono in effetti parte del progetto sionista/imperialista e non antagonisti ad esso.

Il discorso dell’amministrazione americana sulla “democratizzazione” della regione araba è stato congelato. George W. Bush era onesto a proposito della “democratizzazione”? Perché il discorso statunitense sulla democrazia si ferma quando incontra gli Islamisti, nonostante il fatto che l’Islam politico fosse un alleato degli USA contro i sovietici in Afghanistan ed in altre aree? Perché gli Stati Uniti sono così apertamente anti-Islamici oggi?
I regimi arabi sono, nel loro complesso, cornici sospese per aria. Essi non hanno legittimità rappresentativa, e sono stati messi al loro posto dalla “continuità” di governo legata all’era coloniale. La continuità nel loro livello di autorità dipende dal grado con cui riescono a svolgere la loro funzione principale di servitori e facilitatori del progetto imperialista. I regimi arabi non sono “icone sacre” agli occhi degli Stati Uniti, e non sono parte organica dell’imperialismo (al contrario dell’entità sionista, per esempio); di conseguenza, essi divengono superflui nel momento in cui non sono più vantaggiosi per gli USA o in cui cominciano a diventare un peso politico o per la propaganda.
La retorica USA sulla democrazia è una palese bugia. Serve a sottomettere i regimi arabi autoritari ma cooperativi (che sono oppressivi per natura) ad una prevaricazione più grande, per una maggiore subordinazione. Niente terrorizza i regimi oppressivi, che non hanno legittimità popolare, più del discorso sulla “democrazia”, quindi questa è uno dei più importanti strumenti di prevaricazione.
Inoltre, la “democrazia” tiene aperte le opzioni degli USA verso altre forze che aspirino ad una chance di arraffare autorità, aprendo canali per “intese”, ed esplorando il loro potenziale di conformazione ai voleri ed agli interessi USA.
Da un terzo punto di vista, l’illusione della “democrazia” gioca un ruolo importante nella propaganda interna USA e per parte del pubblico del terzo mondo, ed in tal modo diviene una scusa basilare per l’interventismo e per l’egemonia in nome di “ideali” astratti.
Per tutte le ragioni citate, i regimi arabi sono presi dentro un vortice di paura e prevaricazione: prevaricazione esterna da parte di poteri esterni capaci di sovvertirli in ogni momento; e paura interna per ogni corrente politica che veicoli legittimità popolare (come i movimenti Islamici), specialmente se queste correnti dovessero rappresentare un’alternativa accettabile per gli americani e si potesse raggiungere con loro un minimo di “intesa”.
In Iraq, il Partito Islamico Iracheno è uno dei pilastri del processo politico sponsorizzato dall’Occupazione; mentre la Fratellanza Mussulmana Siriana si schiera con la versione siriana di Ahmad el-Jalabi: Abdul-Halim Khaddam, l’ex-vice-presidente siriano che è riparato in Francia ed è vicino ai circoli francesi e statunitensi come possibile rimpiazzo di Bashar el-Asad.
Gli Islamisti di Giordania, mentre dichiarano posizioni politiche radicali sull’Iraq e la Palestina, affrontano aggressivamente ogni discussione sul ruolo della loro controparte irachena e non sentono alcun imbarazzo (per esempio) nell’incontrare il secondo assistente del Segretariato di Stato USA nel 2001, giusto dopo il 9/11. Si incontrano ancora con emissari di circoli di destra come i rappresentanti del Carnegie Endowment for International Peace e partecipano ad attività di ONG locali rinomate per esser state fondate da USAID o altre simili fonti “in odore di imperialismo”.
Hamas in Palestina ha accettato di partecipare alle “elezioni”, partecipare ad un “consiglio legislativo” e formare un “governo” – tutto entro la cornice del processo politico dominato dall’Occupazione sionista e basato sugli accordi di Oslo. Ora ha iniziato a parlare di uno “stato palestinese entro i confini del 1967”, ovvero ha iniziato a scivolare sulla china pericolosa del venire a patti con lo status quo, come un autorevole potere politico “insediato” che ha bisogno di preservare i suoi triviali risultati (una via battuta per primi da Fatah). L’alternativa di principio è riconoscere invece apertamente il fatto che l’ “Autorità Palestinese” non è affatto un’autorità e preservarsi entro le trincee della resistenza di principio.
L’Islam politico non è bersaglio degli Stati Uniti – piuttosto ciò che è bersaglio è la resistenza, sotto qualsiasi etichetta. In Sud America ed nel Sud-Est asiatico la resistenza assume un assetto di sinistra (FARC, i partiti politici comunisti filippino e nepalese), e gli USA li attaccano. Nella regione araba, la resistenza assume la forma dell’Islamismo, e gli USA attaccano anche questa. Il comun denominatore è la resistenza all’egemonia di Washington ed al suo piano d’azione per il controllo, non l’Islam.
In realtà gli USA non hanno nessun problema nel rapportarsi con l’Islam moderato (come il “modello turco” e le sue copie). Val la pena di sottolineare come gli Islamisti turchi mantengano la loro tradizionale alleanza strategica con “Israele”, e suppongo che gli americani siano favorevoli a consegnare la regione araba agli Islamismi moderati per una serie di ragioni. Tali Islamismi rappresentano una forza con estensioni popolari e sociali, riescono a parlare alla gente con un linguaggio che le masse capiscono; e possono offrire strutture operative sociali/economiche/politiche, contrariamente ai regimi arabi che non hanno niente di simile. Ecco perché i regimi arabi usano tecniche oppressive per preservare la loro autorità e gli interessi USA nella regione. Quest’oppressione può, in determinate circostanze, causare situazioni esplosive o generare fenomeni incontrollabili. Di conseguenza, da questo punto di vista, favorire gli Islamisti “moderati” può essere visto dal progetto imperialista come un’alternativa più praticabile e di lunga durata.
Questo potrebbe spiegare la tremenda paura ed odio che i regimi giordano ed egiziano nutrono nei confronti del movimento islamico (la Fratellanza Islamica), nonostante il fatto che quest’ultimo non sia completamente radicale, e si presenti come un moderno movimento wasati (1), che funziona entro gli schemi “classici”. Quel che è nuovo è la percezione del regime di una più potente alternativa che si va formando. Di conseguenza, essi cercano di smantellare il movimento Islamico internamente, mentre nel contempo intraprendono un’aggressiva campagna di pubbliche relazioni all’esterno per convincere l’amministrazione USA che questi Islamisti sono tutt’altro che moderati, e perciò parte del bersaglio e del suo centro nella “guerra al terrore”.
Il problema a due facce qui è che il movimento islamico assetato di autorità non vede che non c’è possibilità all’orizzonte, nella attuale formula politica, che di obbedire e conformarsi agli americani ed israeliani, perché l’”autorità” di cui è così ansioso di impossessarsi è subordinata come struttura. In questo senso, l’ ”Autorità Palestinese” è l’esempio più chiaro. Entro strutture di autorità subordinate, è molto facile prevaricare o strangolare chiunque cerchi di prenderne fermamente il controllo.
D’altra parte, le azioni intraprese dai regimi arabi per smantellare i movimenti islamici moderati, fanno propagare segmenti di tali movimenti nell’ombra, a creare gruppi violenti ed atteggiamenti che sfociano in distruttività, che minano la società. Inoltre, i regimi arabi potrebbero in realtà impegnarsi in tale azione deliberatamente, per provare la loro “teoria” etero-diretta che i movimenti Islamici moderati hanno un “vero nucleo” che è fondamentalmente violento e che nessuna “intesa” può essere raggiunta con loro, mentre la società più allargata, nella sua vulnerabilità coltivata dal senso di minaccia artefatto, sente di aver bisogno del regime attuale per preservare la sua sicurezza. In questo modo i regimi arabi fabbricano il senso del “bisogno” della loro esistenza internamente ed esternamente.

Qui penso che la violenza politica sia una creazione dei regimi per preservare la loro posizione di autorità, perché non godono di alcuna legittimità popolare, ed hanno sempre bisogno di ragioni interne o esterne per assicurarsi la loro presa sul potere.
Gli Islamisti che si collocano dalla parte della chiarezza politica devono comprendere l’impossibilità di collegare un programma di liberazione ad una struttura di autorità subordinata, e devono decidere sulle loro opzioni spostandosi dal cosiddetto approccio pragmatico, che abilita la repressione e la manipolazione da parte di poteri internazionali e regionali. Gli Islamisti devono aprirsi all’interno ad altre forze non religiose (Marxisti e nazionalisti) e sposare un programma civile, secolare, di liberazione; devono imparare dall’esperienza del Libano e dell’Iraq, dove l’elemento settario e religioso è stato la base per il gioco dell’egemonia ed il fondamento per la frammentazione che ha messo le persone le une contro le altre invece che essere unite contro il loro nemico comune.
Questo non è per dire che gli Islamisti sono opportunisti mentre le forze secolariste no. La mia attenzione va agli Islamisti perché essi sono l’unica reale forza politica sulla scena araba oggi. Ci sono due tendenze nel movimento Islamico, una opportunista e l’altra di principio. E gli Islamisti di principio dovrebbero prestare attenzione, perché alla luce di quest’analisi essi sarebbero i primi a venire sacrificati dai loro confratelli opportunisti di fede e lotta.
Certamente ci sono anche opportunisti di sinistra (beneficiari delle ONG e liberali-divenuti-Marxisti) e nazionalisti xenofobi (con tendenze fasciste contro gli iraniani, i kurdi e i turchi), ma questi fenomeni sono solo di scarsa importanza, dato che le loro schiere sono troppo deboli per prendere le piazze e sfidare il potere esistente.
Nel complesso e come desiderio principale, c’è oggi un imperativo grande e pressante per un’unità della Sinistra, in tutte le sue correnti: la sinistra del movimento Islamico, la sinistra del movimento nazionalista, e la sinistra del movimento di sinistra progressista e rivoluzionario, sulla base di un programma di resistenza, liberazione, e chiarezza politica. L’oppositore di Destra di tutte queste correnti è già unitario ed in azione.
 

Mercenari in Iraq

A metà settembre dell’anno scorso, al seguito dell’uccisione di undici civili da parte di mercenari della Blackwater che scortavano un convoglio dell’ambasciata USA a Baghdad, è parzialmente riemerso il ruolo di questi “private warriors” negli attuali teatri di guerra.
Persino il governo collaborazionista iracheno ha sollevato la questione.
Naturalmente questo è l’ennesimo episodio che coinvolge questa parte delle truppe di occupazione, tanto che lo stesso “governo” iracheno è stato costretto a riesaminare la presenza di tutte le società private di sicurezza, internazionali e locali che operano nel Paese, con il Ministero degli Interni e la Magistratura che hanno “minacciato” di processare i responsabili.
Le stime dei mercenari presenti in Iraq variano considerevolmente, si sa che non sono meno di 126.000, ma c’è chi avanza l’ipotesi che siano 200.000.
Una norma varata dall’autorità americana 4 anni fa, Order 17, ha fino ad ora garantito l’impunità ai contractors, che non sono neppure soggetti alla giustizia militare americana.
Il prezzo pagato da questi moderni soldati di ventura, pagati fino a 1.000 dollari al giorno, è di circa 800 morti dall’inizio della guerra e quasi ottomila feriti, secondo le cifre fornite da chi difende il loro operato.
Il ruolo centrale che svolgono nello scenario iracheno e in quello afghano è stato più volte indagato dalla rivista sui numeri precedenti.
Dotati di campi di addestramento para-militari e di un numero elevato di uomini e mezzi, avevano avuto il proprio battesimo del fuoco nella guerra moderna proprio con la “Prima” Guerra del Golfo, nel ‘91, quando vennero mobilitati in diecimila.

 

Note:
(1) in arabo, wasati significa medio. Ha implicazioni religiose e politiche nel senso che un movimento wasati prende una posizione media tra due estremi.

* Hisham Bustani è il Segretario del Forum del Pensiero Socialista in Giordania, e membro del Comitato di Coordinamento della Alleanza dei Popoli Arabi Resistenti.

La versione inglese dell’intervista è stata pubblicata, leggermente riveduta, sulla Monthly Review:
http://mrzine.monthlyreview.org/bustani281007.html

La versione originale in arabo è disponibile online in: www.raya.com



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