IL BOLLETTINO: NOTIZIE EUROPA

Belgio:

PROLETARI DI TUTTI I PAESI, UNITEVI!

Domande rivolte dai compagni della Lega di Propaganda Armata Marxista-Leninista della Turchia ai militanti prigionieri delle Cellule Comuniste Combattenti del Belgio

Pubblichiamo il testo di un'intervista fatta dalla Lega di Propaganda Armata Marxista-Leninista della Turchia ai militanti prigionieri delle Cellule Comuniste Combattenti del Belgio.

Riteniamo che i contenuti del documento siano di notevole interesse perché, oltre a fare la storia della lotta condotta dalle CCC, rispondono ad alcuni quesiti fondamentali sulla tattica e la strategia del movimento comunista nell'attuale fase di lotta contro il capitalismo e l'imperialismo nei paesi del centro imperialista.

Introduzione

Durante il corrente anno 1990 Correspondances Révolutionnaires ha stabilito un contatto regolare con i militanti della Lega di Propaganda Armata Marxista-Leninista imprigionati in Turchia.

Tra i primi documenti politici scambiati vi sono due questionari.

Uno da noi rivolto ai compagni turchi, l'altro indirizzato da loro ai quattro militanti delle Cellule Comuniste Combattenti prigionieri in Belgio.

E' quest'ultimo che pubblichiamo qui di seguito.

Domande semplici, risposte chiare, l'inizio di un incontro tra rivoluzionari comunisti, al di là delle frontiere e delle mura delle galere.

E perché non dovrebbe essere anche un primo momento di incontro tra comunisti?

E' con questa speranza che abbiamo deciso questa pubblicazione, diffondendola su vasta scala. Sì, ma dove metteremo il contributo dei militanti della Lega di Propaganda Armata Marxista-Leninista della Turchia? L'abbiamo tenuto per il numero speciale della rivista che uscirà quest'autunno. Un numero che sarà consacrato ad importanti documenti del movimento rivoluzionario turco.

A questo riguardo, lanciamo un pressante appello a tutti coloro, uomini e donne, che potrebbero aiutarci direttamente, principalmente nel lavoro di traduzione, ma forse anche per la loro conoscenza della situazione laggiù, ecc.; ne abbiamo fortemente bisogno.

E li ringraziamo anticipatamente.

1° maggio 1991

Il collettivo di Correspondances Révolutionnaires

LE DOMANDE

1. In che anno e in quali condizioni è stata creata la vostra organizzazione? A quali necessità rispondeva la sua creazione?

Le Cellule Comuniste Combattenti sono apparse pubblicamente il 2 ottobre 1984. In quella data esse avviarono la Prima campagna anti-imperialista d'Ottobre con un attentato contro la multinazionale americana "Litton Industrial". Nel corso di questa campagna, furono attaccati successivamente dei centri economici, politici e militari dell'imperialismo. La Prima campagna anti-imperialista d'Ottobre mirava a far emergere un orientamento rivoluzionario in seno alla contraddizione che opponeva l'insieme della popolazione all'imperialismo: la guerra imperialista. All'epoca, un forte movimento popolare era mobilitato nel nostro paese (così come nella RFT, nei Paesi Bassi, ecc.) contro l'installazione dei missili atomici della NATO sul territorio europeo. Con quella campagna, le Cellule rimettevano il problema nella sua giusta cornice: la guerra non può essere dissociata dal capitalismo, il rifiuto dell'una impone il rigetto dell'altro. La campagna si concluse il 15 gennaio 1985 con la distruzione di un centro militare americano vicino a Bruxelles.

Il 1° maggio 1985, le Cellule Comuniste Combattenti hanno attaccato e distrutto il quartier generale del padronato belga, la "Federazione delle Imprese belghe". In occasione di questa azione, l'organizzazione ha pubblicato uno dei suoi principali documenti politico-strategici: A proposito della lotta armata. Il 6 maggio, le Cellule attaccavano una caserma di polizia che si era resa responsabile della morte di due pompieri in occasione della distruzione della sede della Federazione delle Imprese belghe.

L'8 ottobre 1985, le Cellule Comuniste Combattenti avviavano la Campagna Karl Marx con un attentato contro una delle principali società di distribuzione energetica nel paese, l'"Intercom". Seguirono altre azioni, sempre orientate contro centri di potere e di sfruttamento capitalisti. La Campagna Karl Marx poneva la questione della lotta proletaria contro l'"austerità" (le misure governative di impoverimento sociale) e della necessità dell'organizzazione rivoluzionaria di classe. Questa campagna non venne portata a termine.

Dal 19 ottobre al 6 dicembre 1985, le Cellule Comuniste Combattenti condussero la Campagna Pierre Akkerman - Combattere il militarismo borghese e il pacifismo piccolo-borghese (Pierre Akkerman era un comunista belga, volontario nelle Brigate Internazionali in Spagna, morto in combattimento nel gennaio 1937). Questa campagna, che si pone in continuità politica con la Prima campagna anti-imperialista d'Ottobre, è stata diretta contro obiettivi economici e militari dell'imperialismo e - in modo simbolico - contro la tendenza borghese in seno al movimento contro la guerra. La campagna si concluse con un'azione internazionale, un doppio attentato contro le installazioni del C.E.P.S. (il sistema di oleodotti della NATO) a Versailles in Francia e a Peteghem in Belgio; questa azione fu rivendicata insieme ad un gruppo di rivoluzionari internazionalisti in Francia.

Quattro militanti dell'organizzazione, tre uomini e una donna (cioè noi, Didier Chevolet, Pierre Carette, Bertrand Sassoye e Pascale Vandegeerde), furono arrestati il 16 dicembre 1985. Nelle settimane e nei mesi che seguirono, molte basi dell'organizzazione caddero anche loro nelle mani della polizia.

Da allora, le Cellule Comuniste Combattenti non si sono più manifestate, né a livello di attività politico-militare e nemmeno a livello di semplice espressione politica. La memoria e la linea dell'organizzazione non viene espressa pubblicamente che dai suoi prigionieri.

Permetteteci a questo proposito di presentare brevemente la nostra situazione di prigionieri dopo cinque anni di detenzione.

Dopo gli arresti, siamo stati sottoposti a condizioni d'isolamento carcerario totale. Nel maggio 1986, abbiamo iniziato il primo sciopero della fame collettivo per la rivendicazione di condizioni elementari d'esistenza e di lavoro politico. Dopo 43 giorni di lotta, il ministero s'impegnava in questo senso... e tradiva immediatamente la parola data: l'isolamento totale continuava. Nel settembre 1988, cominciammo il secondo sciopero della fame, per le stesse rivendicazioni minimali. Parallelamente si teneva un processo-spettacolo dove, con il disprezzo più completo delle pretese giuridico-democratiche del regime, tutti e quattro siamo stati condannati alla prigione a vita. Da parte nostra, durante le udienze, abbiamo messo sotto processo il capitalismo, la borghesia e il suo Stato, e abbiamo affermato il nostro indefettibile attaccamento alla causa rivoluzionaria del proletariato, al Marxismo-Leninismo e alla lotta delle Cellule Comuniste Combattenti.

Oggi, noi siamo dispersi in diverse prigioni del paese. In seguito alla lotta del 1988, le nostre condizioni di prigionia, nella forma, si sono più o meno normalizzate, e soprattutto abbiamo guadagnato il diritto a delle visite e alla corrispondenza "libera" tra di noi.

Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, rispondiamo che le Cellule Comuniste Combattenti sono un'espressione della dinamica rivoluzionaria storica, e che esse corrispondono alle condizioni oggettive di questa dinamica nel nostro paese. Ma, evidentemente, ciò non è sufficiente; completeremo la nostra risposta nel corso di domande più precise che voi ci ponete qui di seguito.

2. La vostra Organizzazione è un Partito? Quali sono i suoi principi organizzativi?

Le Cellule Comuniste Combattenti non sono il Partito e neanche l'Organizzazione rivoluzionaria di classe. Ma vogliamo spiegare subito questa frase: se le Cellule non sono né l'Organizzazione, né il Partito Comunista, ciò evidenzia più il nostro attaccamento verso questi strumenti che un rifiuto nei loro confronti. Noi pensiamo infatti che l'Organizzazione, e poi il Partito, sono strumenti necessari della lotta proletaria rivoluzionaria, e soprattutto che essi corrispondono a tappe oggettive nel progresso di questa lotta e non a dichiarazioni soggettive espresse da un pugno di militanti - per quanto pieni di buona volontà, e sulla buona strada, essi siano.

Nel comunicato dell'azione del 15 gennaio 1985 contro una base yankee, le Cellule Comuniste Combattenti scrivevano: «La politica rivoluzionaria ha come prima fase il lavoro di elaborazione teorica e di propaganda politica. E questo passo irrinunciabile si realizza di pari passo con l'organizzazione concreta degli elementi d'avanguardia nella pratica offensiva. E' così che è sorta la nostra prima offensiva come forze organizzate. Ecco un punto su cui vogliamo insistere: la tappa della propaganda armata con cui le Cellule Comuniste Combattenti sono all'avanguardia della lotta rivoluzionaria non è certamente fine a se stessa! Ma piuttosto un vettore che nella radicalizzazione degli antagonismi di classe condurrà a sviluppi oggettivi delle forze e della politica proletarie e, proprio per questo, alle condizioni che determineranno la nascita dell'Organizzazione Combattente dei Proletari. E con le sue forze quantitativamente e qualitativamente nuove, l'Organizzazione si batterà per la nascita del Partito Comunista...». Dunque, Cellule, perché ciò corrispondeva alla realtà delle nostre forze nel 1984/85; ma Cellule per la costruzione dell'Organizzazione Combattente dei Proletari, e infine per il Partito. In questo senso noi siamo ad un tempo gelosi e rispettosi degli insegnamenti leninisti.

Questa preoccupazione e questo rispetto erano pienamente presenti nel funzionamento interno delle Cellule. Anche se la confidenza esistente tra i nostri ranghi nel 1984/85 non esigeva ancora la struttura di un vero apparato organizzativo di tipo bolscevico, ciò non impediva che noi applicassimo già da allora nel nostro processo collettivo i principi comunisti d'organizzazione, che anticipassimo l'agire partitico (centralismo democratico, gerarchia della competenza e del merito, disciplina e responsabilizzazione, ecc.).

3. Perché avete scelto la via della clandestinità? Che cosa pensate della lotta e delle organizzazioni legali?

Gli orientamenti organizzativi e strategici della lotta rivoluzionaria rilevano degli obblighi storici oggettivi; non si può dunque veramente parlare di scelta nei loro confronti. E' forse possibile immaginare un Partito Comunista, che opera veramente per la rivoluzione - cioè con il fine di rovesciare il potere borghese con la violenza - che abbia una esistenza riconosciuta o che sia anche solo tollerato da questo potere borghese?

Il più elementare buonsenso e l'esperienza del Movimento Comunista Internazionale danno un'indiscutibile risposta a questa domanda: no. La clandestinizzazione del Partito è già una semplice priorità d'auto-difesa per ogni autentico Partito rivoluzionario.

La lotta armata è una necessità strategica e tattica dello scontro rivoluzionario? Secondo il nostro punto di vista: sì (svilupperemo meglio questa affermazione rispondendo alla sesta domanda). Si può credere per un solo istante che un potere in carica non criminalizzi automaticamente quelli che attaccano il suo monopolio della forza armata - sul quale, fino a nuovo ordine, fonda il suo potere? Molto evidentemente: no. Dunque la clandestinità, per costoro, è inevitabile.

Così noi diciamo che la clandestinità non è una scelta per se stessa, ma la conseguenza delle scelte rivoluzionarie. D'altronde, è con questo spirito che le Cellule Comuniste Combattenti scrivevano nel 1985: «... bisogna spiegare ciò che noi intendiamo per "clandestinizzazione". Si tratta di una clandestinità di massa in seno alle masse. Si tratta della clandestinizzazione dell'attività rivoluzionaria e non dei militanti rivoluzionari. I militanti devono restare in seno al mondo del lavoro, all'universo sociale del proletariato, ma devono coprire - con anticipo - le loro attività militanti in seno all'Organizzazione con una discrezione imposta dal grado di repressione che la borghesia impegna contro il grado di sviluppo rivoluzionario. La repressione dei mercenari della borghesia è inevitabile quando l'Organizzazione proletaria sviluppa una politica veramente rivoluzionaria, cioè organizzandosi in funzione della distruzione dello Stato borghese...»

Dunque, per completare la nostra risposta, possiamo dire che noi non rifiutiamo affatto l'attività legale, pubblica... fintanto che essa serve gli interessi del processo rivoluzionario. Per esempio, nel nostro paese dove i diritti democratici borghesi sono in vigore, come quello della libertà d'espressione, ebbene, noi pensiamo che sarebbe assurdo non sfruttarla per far circolare il più possibile i discorsi e la propaganda rivoluzionari! Ciò che importa, molto semplicemente, è capire la precarietà dei diritti democratici borghesi, e anticipare la loro scomparsa di fronte all'avanzata del processo rivoluzionario, ecco tutto.

4. Come definite la struttura socio-economica del vostro paese?

Il Belgio è un piccolo paese inserito nel cuore dell'organizzazione imperialista. Ma in questo quadro, diciamo piuttosto che è soprattutto un paese di secondo piano: privato di ogni autonomia o indipendenza reale. Parlando in termini generali, la storia del paese durante questo secolo non è stata che un lento ma inesorabile declino nazionale di fronte al profitto dell'organizzazione imperialista e delle sue nazioni dominanti.

Inserita nel quadro del piano Marshall dopo la seconda guerra mondiale, l'economia del Belgio ha conseguentemente goduto dello sviluppo del periodo 1955-70... per venire in seguito violentemente frustata dalla riattivazione della crisi e dal primo "shock petrolifero". Da allora, la situazione non ha smesso di peggiorare sull'onda dei cicli corti recessione/rilancio che ritmano nei centri il movimento d'insieme della crisi mondiale dell'imperialismo, e ciò malgrado l'applicazione di numerosi piani di risanamento... di cui il mondo del lavoro è il solo a pagare il prezzo.

Per citare qualche dato, la realtà economico-sociale in Belgio oggi è: una disoccupazione endemica del 15%, una perdita media del 15% del potere d'acquisto in 10 anni... e nello stesso periodo di tempo il debito pubblico quasi quadruplicato (attualmente: settemila miliardi di franchi belgi), l'indebitamento catastrofico di tutte le regioni, città, ecc., tagli pesanti in tutti i bilanci sociali, dalla scuola alla sanità, ecc. In breve, un fallimento generale e senza la minima prospettiva di soluzione.

Per quanto riguarda la composizione di classe, la crisi rafforza una tendenza caratteristica dell'imperialismo nei suoi centri: la riduzione dell'impiego produttivo e l'espansione del settore non-produttivo (detto: dei servizi ). Il che trascina nello stesso movimento la riduzione della classe operaia e un allargamento del proletariato. Lo sviluppo imperialista approfondisce dunque la frattura sociale, rigettando così nel proletariato una parte sempre più grande della vecchia piccola-borghesia. Per ciò che riguarda il settore agricolo, esso non occupa più del 3% della popolazione attiva e, a suo modo, conosce anch'esso una proletarizzazione per il suo inquadramento professionale ed economico.

Sul terreno della lotta di classe, la parola d'ordine resta il riformismo sindacale o politico... anche se da molto tempo ormai non è più che un sinonimo di insuccesso e di impotenza per il mondo del lavoro.

Nel nostro paese, il tasso di sindacalizzazione è molto elevato (per esempio, fino a poco tempo fa, l'80% della classe operaia), ma se ciò ha permesso nel passato - cioè nei periodi di crescita capitalista - degli innegabili passi in avanti nel campo sociale, ciò si rivela oggi il miglior strumento della borghesia per imporre altrettanti passi indietro. E questo, sia per il fatto che l'inquadramento sindacale (alleato diretto dei social-democratici e dei social-cristiani) tiene il movimento popolare fermamente per la briglia, sia perché questo stesso movimento non dispone di alcun'altra vera esperienza né tradizione di lotta al di fuori di sé.

Per quanto riguarda la politica parlamentare, la borghesia occupa interamente la scena attraverso tre grandi famiglie: i social-cristiani ("democratici-cristiani"), i social-democratici e i liberali. E tutta la storia parlamentare e governativa del Belgio dalla fine della seconda guerra mondiale non è nient'altro che una successione ininterrotta di questi mascalzoni, ciascuno che si proclama più interessato dei suoi complici alla felicità del popolo e al paradiso democratico... cioè bizzarramente agli interessi delle banche, delle holdings e delle transnazionali dell'imperialismo - senza dimenticare i vantaggi della NATO.

5. Qual è il vostro scopo? In quale tappa della rivoluzione vi trovate ora?

L'obiettivo essenziale della lotta delle Cellule Comuniste Combattenti è la rivoluzione proletaria. Che cosa intendiamo per rivoluzione proletaria?

La presa del potere dello Stato e l'instaurazione della dittatura del proletariato, la costruzione del socialismo. Questi obiettivi, come tappa e periodo di transizione verso il comunismo - società senza classi e senza Stato - richiedono la congiunzione di molteplici fattori storici oggettivi e soggettivi. Globalmente, questi ultimi consistono nell'affermarsi della coscienza di classe per sé fra i settori avanzati del proletariato, e il suo tradursi nell'azione di un potente Partito d'avanguardia capace di elevare e dirigere la lotta delle grandi masse lavoratrici.

Cellule, Organizzazione d'avanguardia, Partito Comunista... Ecco le forme organizzative che si succedono nel processo rivoluzionario, e che riflettono la situazione oggettiva di maturità delle forze rivoluzionarie e della coscienza di classe proletaria in una società.

Nel nostro paese, non esiste nessuna organizzazione, nessun Partito Comunista degno di questo nome. Come in molti paesi europei, il movimento operaio socialista ha conosciuto negli anni '20 una scissione da cui è nato un partito comunista affiliato alla Terza Internazionale... e che, a suo modo (è noto!), ha naturalmente conosciuto le stesse deviazioni, tradimenti e insuccessi dei suoi pari. Oggi questo partito revisionista non esiste quasi più, e ancor meno sul terreno politico. Gli anni 1965-70 hanno visto l'apparizione di qualche gruppuscolo di sinistra, maoisti, ecc., molto eccitati a parole ma ancor più riformisti piccolo-borghesi nei programmi e nelle strategie; di tutto questo fuoco di paglia, non resta niente, se non un'ultima piccola setta opportunista e populista con tendenze socialfasciste.

In breve, una vacuità politico-organizzativa totale e un'eredità di putrefazione particolarmente fetida. Una vacuità tanto più completa in quanto dura senza interruzione da ben mezzo secolo. Il che ci fa dire che qui tutto è da costruire, da creare. Allora, la risposta precisa alla domanda, è che in Belgio noi siamo al livello zero della rivoluzione, noi non siamo che al momento in cui i compagni si formano, si cercano, fanno i loro primi passi su un cammino che bisogna tracciare a dispetto e contro tutto l'inquadramento e la tradizione riformisti e revisionisti dominanti. In Belgio, la questione rivoluzionaria si pone ancora al livello della sua stessa affermazione, rivendicazione, e ciò attraverso tutte le prime - esitanti e fragili - manifestazioni di propaganda armata.

6. Che pensate dei metodi di lotta? Qual è il vostro metodo principale? Qual è l'obiettivo della lotta armata?

Come già dicevamo rispondendo alla terza domanda, pensiamo che la scelta dei metodi di lotta non sia un fatto soggettivo ma la conclusione dell'analisi scientifica delle condizioni generali e particolari di ogni situazione specifica - e naturalmente per l'indefettibile finalità della rivoluzione proletaria. La questione dei metodi di lotta si pone dunque per noi a partire dalla realtà generale di un paese imperialista, della crisi economica mondiale, di una democrazia borghese compiuta, ecc., e dalla realtà particolare del Belgio, del suo contesto economico-sociale, della sua storia sul terreno della lotta di classe, dell'assenza di tradizioni e di attività rivoluzionarie, ecc.

E' in questo quadro completo che noi dobbiamo decidere dell'orientamento e delle scelte dei metodi di lotta rivoluzionaria. Ed è in questo quadro che noi poniamo la lotta armata come elemento strategico centrale - e non differibile. Noi riconosciamo la giustezza storica generale dei principi essenziali della guerra popolare, come Mao Tse-tung li ha definiti, e li applichiamo alla realtà e alle specificità del nostro quadro di lotta (un paese dominante nella catena imperialista, dal carattere globale urbano/industriale, il che rende evidentemente impossibile una guerriglia rurale, delle "zone liberate", ecc.).

Noi pensiamo che il processo rivoluzionario nel nostro paese si tradurrà attraverso due tappe distinte ma complementari: la tappa della guerra rivoluzionaria prolungata e la tappa dell'insurrezione.

Per ciò che riguarda la definizione di insurrezione, è senza dubbio inutile soffermarcisi. L'insurrezione è l'offensiva ultima nel corso della quale le forze rivoluzionarie, interamente impegnate nella battaglia e sostenute dalla sollevazione delle masse popolari, rovesciano il potere della borghesia e instaurano la dittatura proletaria - tutto questo, inevitabilmente, con la forza delle armi.

Tuttavia, su questo argomento noi vogliamo fare due precisazioni. Primo, l'insurrezione da noi rivestirà necessariamente un carattere tanto limitato nel tempo che radicale nell'effetto, perché sia la configurazione del paese che le sue strutture sociali, economiche, ecc., non permettono un confronto militare aperto e prolungato, o una guerra di posizione. Secondo, il momento dell'insurrezione è prioritariamente dettato dalle condizioni storiche oggettive, vale a dire che si tratta di un momento, prodotto innanzitutto da fattori economici, politici, sociali, di crisi storica, e non deciso o reso possibile dalla sola volontà dei comunisti. Questa precisazione ha una grande importanza per la concezione della guerra rivoluzionaria prolungata: essa ne orienta il programma.

In modo schematico, noi dividiamo il programma della guerra rivoluzionaria prolungata in tre fasi.

La fase della propaganda armata. Si tratta di una fase con una dimensione politico-ideologica quasi esclusiva, che ha per fine quello di dinamizzare la combattività delle avanguardie operaie e dei veri comunisti, di dar loro fiducia nella causa e nella pratica rivoluzionaria. Per di più, questa fase crea le condizioni oggettive del progredire della riflessione teorica e dell'elaborazione politica. Questa fase iniziale si sviluppa attraverso la presa di coscienza e la mobilitazione degli elementi proletari e dei comunisti devoti e combattivi, fino a che non emergano forze sempre più potenti, attive, realmente rappresentative, e non si uniscano conseguentemente fino a fondare l'Organizzazione Comunista Combattente in grado di centralizzare, incarnare e guidare la lotta rivoluzionaria della classe. L'obiettivo principale dell'attività militare condotta nel corso di questa tappa strategica non è la distruzione delle forze nemiche, ma piuttosto la propaganda rivoluzionaria in senso lato, la denuncia del riformismo e del revisionismo. (Ma, tanto meglio se propaganda e distruzione del nemico si sovrappongono!).

La fase della guerra di logoramento. Si tratta di una fase mediana mediante la quale, mentre prosegue la propaganda armata, si costruiscono le condizioni della fase della guerra di accerchiamento, che verrà. La fase della guerra di logoramento combina gli imperativi politici generali (legare fasce sempre più larghe della classe alla causa rivoluzionaria) a degli imperativi più direttamente offensivi: assicurare un poco alla volta al movimento rivoluzionario una posizione strategica offensiva nella prospettiva dell'insurrezione. Nel corso di questa fase, l'azione rivoluzionaria opera per la radicalizzazione dei dati dell'antagonismo di classe, per la destabilizzazione del sistema di dominio borghese. Con incessanti attacchi contro le strutture di gestione, di sfruttamento e di controllo, le forze rivoluzionarie impongono la militarizzazione del regime, e così approfondiscono la frattura tra il corpo sociale e l'apparato borghese.

La fase della guerra di accerchiamento. Questa fase è realmente quella che consacra la guerra rivoluzionaria prolungata. Mentre precipita la degradazione dello Stato borghese e mentre si inaspriscono le contraddizioni del sistema capitalistico, la guerriglia rivoluzionaria contribuisce, secondo il suo livello, alla maturazione dei fattori storici oggettivi della crisi, rafforzando senza tregua la sua capacità di vincere nel momento dello scontro insurrezionale.

Ecco, presentata molto schematicamente, la concezione strategica rivoluzionaria che noi difendiamo - e nella quale si inscrive l'attività delle Cellule Comuniste Combattenti.

Un'ultima indicazione per concludere questa parte: sulla questione del ruolo delle classi intermedie nel processo rivoluzionario, noi rifiutiamo ogni prospettiva di alleanza a qualunque livello essenziale; nel nostro paese, dove la proletarizzazione dell'insieme del mondo del lavoro è un processo compiuto e dove la democrazia borghese è ormai diventata la più ingombrante guardia del corpo dell'imperialismo, la fenditura rivoluzione/controrivoluzione non permette più la benché minima alterazione della rivendicazione rivoluzionaria proletaria.

7. Che cosa pensate della dittatura del proletariato?

Noi non ne pensiamo niente di più di ciò che essa è: una tappa necessaria, inevitabile, progressista nel movimento della storia verso il comunismo. La dittatura del proletariato è il sistema politico dell'edificazione socialista, la prima forma di democrazia autentica: il vero potere del popolo.

Rifiutare o abbandonare il principio della dittatura del proletariato porta oggettivamente a rifiutare o abbandonare ogni idea di rivoluzione, a falsare ogni verità sulla lotta di classe.

Dunque, noi pensiamo che in Belgio come ovunque, quando trionferà l'insurrezione, sarà dovere e responsabilità delle avanguardie dirigenti organizzare un regime infallibile di dittatura proletaria, un regime che sappia unire in piena coscienza la magnifica generosità del popolo con la sua più spietata fermezza.

Detto questo, al di là dei principi fondamentali, si pone la questione del programma concreto della dittatura del proletariato, dell'organizzazione della continuazione della lotta di classe nella rivoluzione. A questo riguardo, noi disponiamo di qualche esempio storico di cui i più importanti sono certamente la rivoluzione sovietica fino alla vittoria dei revisionisti (consacrata dal XX Congresso del P.C.U.S.), e la rivoluzione cinese fino alla disfatta della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria Cinese; tutti i rivoluzionari si devono studiare queste esperienze con la più grande attenzione critica, al fine di appropriarsi dei loro formidabili insegnamenti - che applicheranno in funzione delle situazioni specifiche con le quali si dovranno confrontare.

8. Come devono essere realizzate la relazione e la solidarietà della lotta rivoluzionaria tra i paesi sottosviluppati e le metropoli?

Noi pensiamo che l'internazionalismo proletario rappresenti la dimensione più totalizzante della causa comunista. Nell'epoca dell'imperialismo, che vede i proletari e i popoli del mondo intero sfruttati, oppressi dalla stessa logica del profitto capitalista, dalle stesse holdings e dagli stessi consorzi monopolisti - e il tutto garantito dalle stesse alleanze militari - la celebre formula O ci sarà il comunismo per tutti, o non ci sarà il comunismo per nessuno è assolutamente d'attualità.

La causa del proletariato e dei popoli del mondo è unica, indivisibile, e l'internazionalismo proletario ne è la sola prospettiva. La solidarietà tra le masse di tutti i paesi, l'unità delle forze comuniste al di là delle frontiere, sono dunque compiti ai quali occorre lavorare senza ritardo né debolezza. La fondazione di una nuova Internazionale Comunista, dell'lnternazionale Comunista Combattente, è uno dei compiti futuri del movimento rivoluzionario mondiale.

A livello strategico, la nostra concezione dell'internazionalismo proletario può essere simbolicamente espressa con un'altra citazione ben nota: Fare la rivoluzione nel proprio paese, contribuire affinché trionfi ovunque! Che cosa significa ciò? Molto semplicemente che in quanto marxisti noi non ignoriamo che le condizioni oggettive della rivoluzione proletaria, quelle che sono il quadro dell'esistenza stessa della classe proletaria, sorgono inevitabilmente da un contesto nazionale - a livelli molteplici e complessi - e che non è permesso di farvi astrazione. Immaginare lo sviluppo improvviso di un processo rivoluzionario internazionale (come del resto è in voga presso certi gruppi combattenti nell'Europa Occidentale) non rivela che una misconoscenza profonda del materialismo storico e, in primo luogo, delle stesse leggi dello sviluppo ineguale, e dei meccanismi contraddittori dell'imperialismo. Dunque, noi diciamo che per ciò che riguarda l'obiettivo della rivoluzione proletaria, i comunisti devono agire partendo dalla situazione nazionale fissata dalle tappe storiche, e oggi dall'imperialismo - e con la migliore comprensione dei caratteri specifici di ogni situazione. E questo, sia chiaro, nella piena consapevolezza di essere sempre impegnati in una lotta che non terminerà con la liberazione nazionale, ma con la liquidazione dell'imperialismo ovunque nel mondo.

Per ciò che riguarda le relazioni che devono esistere tra le forze rivoluzionarie dei differenti paesi o regioni, pensiamo che esse devono esprimere il più grande rispetto reciproco insieme alla più forte solidarietà reciproca. L'informazione, il dibattito, l'incoraggiamento e la critica fraterna (tutte cose che non hanno niente a che vedere con l'ingerenza autoritaria!) sono beninteso i metodi sani delle relazioni politiche; lo scambio delle esperienze, di ciò che si è appreso, al fine di valorizzare collettivamente ogni capacità particolare, l'appoggio riflessivo, ecc., sono indiscutibilmente i metodi giusti del sostegno e della solidarietà. Al di là di questi livelli generali, molteplici relazioni possono esistere, strutturalmente o occasionalmente, tra diverse forze rivoluzionarie su scala internazionale; ma in questo quadro noi insistiamo sulla priorità di due principi: l'unità politica resta l'elemento fondamentale e ogni movimento - in definitiva - non deve contare che sulle proprie forze.

9. Potete descrivere il quadro generale del mondo d'oggi?

Al ritmo con cui sorgono gli sconvolgimenti in questi ultimi tempi, e alla velocità con cui si sviluppano, non ci arrischieremo sul terreno della descrizione minuziosa o della predizione. Limiteremo la nostra risposta ad alcune grandi caratteristiche della nostra epoca.

Noi pensiamo che la tesi storica dei comunisti cinesi - le tre contraddizioni - riflette sempre perfettamente il quadro dell'epoca. Tuttavia, noi pensiamo che oggi la contraddizione tra il proletariato internazionale e la borghesia imperialista ha acquistato il primato sulle altre due; e che tra le altre due, la contraddizione tra i popoli oppressi e le potenze imperialiste s'impone su quella che oppone i diversi campi imperialisti.

Perché mettiamo davanti a tutte la contraddizione proletariato internazionale/borghesia imperialista? Perché, nello sviluppo stesso dell'imperialismo, essa ha ora acquisito una dimensione universale. Le disuguaglianze crescenti tra i centri imperialisti, le loro periferie, i paesi dipendenti, il Terzo mondo, ecc., non rivelano più il saccheggio colonialista nel senso strettamente economico del termine, ma la pianificazione imperialista. Noi pensiamo che la contraddizione tra i popoli oppressi e le nazioni imperialiste, anche se inevitabilmente mobilita senza sosta immense masse popolari nel mondo, ha oggettivamente raggiunto il suo culmine tra gli anni 1930-70, ma che oggi non ha altra via d'uscita che nel suo prolungamento attraverso la contraddizione proletariato internazionale/borghesia imperialista.

Per ciò che concerne la situazione economica, il risorgere - all'inizio degli anni '70 - della crisi generale del modo di produzione capitalista (crisi già esplosa una prima volta nel periodo tra le due guerre) ha provocato e continua a provocare una successione di crisi di sovraccumulazione di cui nessuno e niente è capace di frenare l'inesorabile inasprimento. Dietro i discorsi pacati quando non sono trionfalisti dei "managers" borghesi, la realtà del mondo si deteriora come mai prima d'ora: disordini sistematici dei sistemi monetari e finanziari, deficit vertiginosi dei bilanci degli Stati, indebitamento del Terzo mondo, inflazione/recessione, ecc., ecc.. Una crisi inestricabile i cui effetti socialmente negativi crescono ovunque, dall'impoverimento programmato, alla disoccupazione endemica, ecc., nei centri, fino al genocidio per fame e malattia nel Terzo mondo. In modo generale, gli insegnamenti storici confermano la teoria a questo proposito, l'imperialismo non dispone che di una soluzione per uscire momentaneamente da questo vicolo cieco che ha costruito ( e per avviare un nuovo ciclo d'accumulazione che lo condurrà ad una crisi ancor più spaventosa): una guerra devastatrice su vastissima scala.

Evidentemente, questo troppo rapido giro d'orizzonte obbliga a dire anche qualche parola sugli "avvenimenti" nei paesi dell'Europa dell'Est e in Unione Sovietica (o anche in Cina). Da qualche tempo assistiamo al "crollo ufficiale" del revisionismo, vale a dire allo sbocco inevitabile del processo borghese consacrato dal XX Congresso del P.C.U.S., crollo che si inscrive pienamente nel quadro della crisi mondiale dell'imperialismo. Perché, indipendentemente dalle grida di vittoria lanciate a Washington o a Tokyo, la razzia imperialista sui paesi in passato chiamati socialisti non risolverà nessuno dei problemi di fondo della crisi mondiale - anzi al contrario! Per di più, a livello politico, noi pensiamo che la franchezza del furfante Gorbachov e della sua cricca prostituita all'imperialismo avrà finalmente un effetto benefico per il proletariato mondiale - e principalmente per quello sovietico: indicare l'urgenza e la direzione di una nuova ondata rivoluzionaria su tutti i continenti.

Per concludere questo breve sommario, diremo che oggi ci troviamo di fronte a un futuro di crisi, di guerra, ma più ancora di rivoluzione!

10. Volete rivolgere un messaggio al popolo e ai rivoluzionari della Turchia?

Salutiamo con rispetto i popoli lavoratori della Turchia e del Kurdistan. Conosciamo la brutalità dell'oppressione e dello sfruttamento imperialisti con cui si confrontano quotidianamente, e ammiriamo profondamente le loro lotte instancabili e coraggiose.

La causa dei popoli, dei proletari, nel mondo, è unica; le donne e gli uomini della Turchia, del Kurdistan, del Belgio o di altri luoghi hanno uno stesso avvenire da conquistare: la giustizia sociale, la libertà, la pace, la fraternità... in una parola, il comunismo.

Da parte nostra, ci impegnamo a far vivere sempre l'internazionalismo proletario come principio supremo della lotta rivoluzionaria nel nostro paese, e vogliamo ripetere davanti alle masse della Turchia e del Kurdistan una dichiarazione che abbiamo fatto in occasione del processo contro la nostra organizzazione: «Fintanto che un solo uomo, una sola donna, un solo bambino sulla terra sarà sfruttato, oppresso o umiliato, sarà giusto battersi, sarà proibito abbandonare le armi...» E' questo il senso del nostro impegno: «Servire il popolo!»

A voi compagni della Turchia e del Kurdistan, fratelli e sorelle nella gloriosa lotta per il comunismo, esprimiamo tutta la nostra stima, la nostra solidarietà e il nostro affetto. Conosciamo le terribili condizioni dello scontro che voi affrontate, e siate convinti che marciate verso la vittoria - anche perché il vostro esempio si irradia con potenza oltre le vostre frontiere.

Costruiamo gli strumenti della nostra causa comune! Impariamo gli uni dagli altri, usiamo la critica fraterna, uniamo tutte le nostre forze contro l'imperialismo, ecco le giuste parole d'ordine dell'internazionalismo.

Oggi, la soldatesca belga - integrata nella NATO - è all'opera in Turchia, nel quadro delle manovre belliciste in Medio Oriente. Quanto grande è la miseria di un popolo che tollera una simile infamia da parte dei suoi dirigenti! E quale onta per i progressisti e i rivoluzionari di questo paese che sono stati incapaci di organizzare una risposta all'altezza del crimine! Ma la chiave della storia non sta in una constatazione o in qualche rimpianto, ma nel lavoro per trasformare la realtà: essa è lotta.

Questa è la nostra strada, la lotta per il comunismo, e noi non avremo sosta nel lavorare per disarmare per sempre la borghesia e gli imperialisti del nostro paese, e su tutta la terra.

Viva l'internazionalismo proletario!

Viva la lotta dei popoli della Turchia e del Kurdistan!

Onore ai martiri della causa rivoluzionaria!

Per il comunismo!

Dicembre 1990

Didier Chevolet, Bertrand Sassoye, Pascale Vandegeerde, Pierre Carette

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