SENZA CENSURA N.16

FEBBRAIO 2005

 

Lotta di classe e riformismo: i vari volti della “rivoluzione bolivariana”


Il 15 agosto 2004, si è svolto in Venezuela il Referendum Revocatorio Presidenziale -referendum previsto dalla Costituzione Bolivariana, previa raccolta di un numero di firme pari al numero di voti ottenuti nella precedente consultazione - per revocare eventualmente sia il Presidente della Repubblica, sia tutte le altre cariche elettive statali e municipali, alla scadenza della metà del loro mandato.
L’appoggio a Chavez è stato, una volta ancora, fortissimo. E così, è stato riconfermato con il 59% dei voti espressi, con una partecipazione elettorale di 60%.
Per tutti, a livello popolare, questo era una momento decisivo per consolidare il Processo Bolivariano e mirare alla sua “profundizaciòn” (approfondimento), dopo quattro anni di scontro durissimo con la borghesia, la quale trovava la sua espressione nell’alleanza fra vari partiti di opposizione chiamata Coordinadora Democratica (di destra ma non solo, in quanto aderiva anche il partito socialdemocratico Accion Democratica -membro dell’internazionale socialista e appoggiato anche per questo dai nostri Democratici di Sinistra, che hanno avuto anche il coraggio di invitare in Italia, nel 2003, l’ex segretario golpista del sindacato giallo della CTV, Carlos Ortega, durante la sua latitanza -, e Bandera Roja, gruppo pseudo maoista che è diventato il loro braccio armato); una opposizione criminale che è stata protagonista di un colpo di Stato e di due mesi di serrata e di sabotaggio petrolifero nel 2002-2003, forte della copertura e dell’appoggio economico di governi (USA, Spagna) e società straniere (Repsol), oltre che dell’Opus Dei, e che è stata coinvolta nell’uccisione di centinaia di sostenitori chavisti (manifestanti, leader sociali e dirigenti contadini), per mano della Polizia Metropolitana a Caracas, o per mano di sicari e paramilitari nelle campagne.
Anche in occasione del Referendum Revocatorio c’è stata una forte ingerenza straniera.
Sul quotidiano di Maracaibo, Panorama, del 5 agosto 2004, era ripresa una velina dell’agenzia AFP di Bogotà, molto significativa dove il sottosegretario statunitense per l’emisfero occidentale, Roger Noriega, ricordava che il governo degli USA aveva investito molti soldi nel processo del Referendum venezuelano, perché “avevano una grande fiducia nella società civile che è il pilastro della democrazia partecipativa”. Negando che il sostegno economico fosse andato a partiti ufficiali dell’opposizione, ha invece sostenuto che questo è stato destinato solo a “organizzazioni non governative (ONG) coinvolte nella difesa della democrazia, così come facciamo qui in Colombia”(sic!). Bisogna però dire che le ONG, in Venezuela, erano già state coinvolte direttamente nel colpo di Stato del 2002, che aveva portato al potere, per soli due giorni, in governo di fatto diretto dall’allora presidente della Confindustria locale (Fedecamaras), Pedro Carmona Estanga, e dominato da imprenditori e militari. Le ONG avevano sottoscritto il Decreto di nomina del governo Carmona.
Nel caso del Referendum Revocatorio, una delle ONG che è stata additata per i suoi legami con gli USA è stata Sumate, una società di auditoria che aveva il compito di monitorare e verificare la regolarità delle firme raccolte per poter convocare la votazione referendaria. Raccolta di firme segnata da numerose irregolarità: il presidente del Consiglio Nazionale Elettorale (CNE), la Consulta venezuelana, Jorge Rodriguez, ha infatti denunciato (Panorama e Ultimas Noticias del 5 agosto) che avevano le prove di numerosi brogli fra cui un soggetto che aveva firmato ben 32 volte, sotto nomi diversi e con carte di identità false.
Un altro caso di ingerenza straniera è stato poi compiuto dall’ambasciatore italiano, Gerardo Carante, che sul periodico degli italiani residenti in Venezuela “la Voce”, del giovedi 12 agosto, dichiarava :” Il mio messaggio agli italiani è di andare compatti a votare; votare in gran numero SI, per far sentire la loro costruttiva presenza in Venezuela. Ricordiamo che la nostra Comunità con passaporto italiano è vicina alle 300 mila unità, e che gli oriundi dovrebbero superare i 2 milioni. La nostra Comunità rappresenta una grossa fetta della dinamica del paese. Per questo gli italiani hanno il dovere di andare a votare, esprimendo le loro idee democraticamente.” L’interesse italiano per il Venezuela è in forte crescita come ricorda ancora l’ambasciatore Carante “nei primi quattro mesi del 2004, c’è stata una ripresa, un incremento del 70% nelle esportazioni dall’Italia verso il Venezuela. C’è poi un rinnovato interesse delle nostre per questo paese. Stiamo parlando di Digitel che, dopo l’acquisto della parte minoritaria, è tutta proprietà della Tim Italia, che ha già realizzato investimenti per 200 milioni di dollari, circa, e ne prevede ulteriori per espandere la propria rete. E, inoltre, gli accordi sulla rete ferroviaria (fino ad ora inesistente in Venezuela, e parte del progetto di sviluppo delle infrastrutture del paese, legata all’I.I.R.S.A. – Integrazione di Infrastrutture Regionale del Sud America- n.d.r.) ed è crescente l’interesse dell’Italia sul settore dell’acciaio”. Anche la Fiat torna ad investire in Venezuela dopo l’interruzione del 1999 (annuncio dato da Fiat Brasile, da dove importeranno i pezzi). La fiat produrrà la Uno Mile e dovrebbe riprendere la produzione dal febbraio 2005, grazie a “una ripresa economica del Venezuela e al fatto che il governo ha creato le condizioni necessarie con incentivi fiscali”.
Ma torniamo adesso alla situazione interna sotto il Referendum.
La conferma di Chavez, per quei milioni di persone escluse da sempre dal benessere, significava impedire un eventuale ritorno al potere di quella cricca di banditi reazionari, lacchè delle potenze straniere, e difendere tutti quei programmi sociali realizzati negli ultimi anni, che hanno rappresentato, malgrado tutti i loro limiti, una svolta nelle loro vite.
Oltre alla legge di terra, con la quale sono stati ridistribuiti ai piccoli contadini più di un milioni di ettari, e alla legge di pesca a tutela dei piccoli pescatori, il cavallo di battaglia del chavismo è rappresentato dalle varie “Missioni” sociali.
La Mision Robinson: programma di alfabetizzazione di massa.
La Mision Sucre e la Mision Ribas: programmi di istruzione secondaria e universitaria.
La Mision Vuelvan Caras: programma di professionalizzazione e di autoproduzione.
Le mense popolari, grazie alle quali, ogni giorno vengono distribuiti pranzi in ogni comunità a più di 250 persone.
La Mission Vivienda (missione casa), che si propone di creare circa 110.000 case popolari nuove all’anno, fino ad arrivare a 1.600.000, grazie agli introiti del petrolio.
E, infine, il Plan Barrio Adentro: programma sanitario grazie al quale si sono iniziati a costruire ambulatori in tutti i quartieri, dove ogni comunità ha visto inoltre impiantarsi in modo stabile almeno un medico generalista. Esperienza, questa, doppiamente bella in quanto sono medici e preparatori fisici cubani (15.000 in tutto) a prestare le loro competenze in solidarietà col popolo venezuelano, con l’appoggio degli abitanti dei quartieri organizzati in comitati di salute.
La scadenza del 15 è stata, così, preparata con grande organizzazione e determinazione popolare.
Tre mesi prima sono nate le Unità di Base Elettorali (UBE) e le “Patrullas Bolivarianas” (pattuglie bolivariane), strutture territoriali di quartiere nelle quali si sono incorporati i chavisti che volevano partecipare alla campagna referendaria. Queste erano poi coordinate dai “Comando Maisanta” locali – organi di direzione politica nei quali erano presenti rappresentanti eletti in assemblee precedenti, sia dei principali partiti politici che delle comunità di base– e, a livello nazionale, dal Comando Maisanta centrale.
Gli obiettivi di questa organizzazione erano:
- fare il “censimento” della popolazione residente nei vari quartieri al fine di fare un migliore lavoro di propaganda, ma anche e soprattutto quello di monitorare, attraverso questa forma di “intelligenza civile di base”, tutti quei soggetti nemici del Processo, potenzialmente pericolosi, nel caso di uno scontro duro con l’opposizione.
- dopo le esperienze di golpe del 2002, preparare a livello strategico e logistico la difesa armata dei quartieri nel caso di brogli o colpi di mano dell’opposizione.
Il 15 Agosto, il clima è stato festoso e tutto si è svolto per il meglio, anche se ci sono stati alcuni gravi episodi di provocazione.
Poco prima dell’apertura dei seggi, nel quartiere popolare El Valle di Cararcas, vengono esplosi alcuni colpi di arma da fuoco da un’auto in corsa, su un gruppo di chavisti: muore un ragazzo ventenne, membro dell’organizzazione giovanile Frente Francisco de Miranda, grazie alla quale più di 40.000 ragazzi venezuelani sono andati a formarsi a Cuba per prepararsi ideologiocamente e praticamente al lavoro sociale.
Nella mattinata c’è poi stato un episodio simile in un altro barrio che è costata la vita ad un chavista che stava andando a votare.
Alle 14.00 un gruppo di 15 motociclisti (si saprà dopo che alcuni erano della Polizia Metropolitana perché uno di loro ha perso il documento sul posto) piomba in un altro barrio fortemente chavista di Caracas, Petare, aprendo il fuoco sulla folla. Uccidono due ragazze di 16 e 24 anni.
Malgrado questi fatti, però, tutto si è svolto per il meglio e dalle 23.00 hanno cominciato a giungere frotte di persone sotto il Palazzo presidenziale di Miraflores per aspettare il risultato ufficiale del voto. La notizia della vittoria arrivata alle 4.00 di mattina è stata salutata da fuochi d’artificio, canti, urla di gioia e da una gran festa popolare conclusasi con l’intervento di Chavez dal balcone di Miraflores.
Il giorno dopo, si è temuto che le cose potessero degenerare quando un gruppo di chavisti è andato a provocare manifestanti dell’opposizione sconfitta, che avevano fatto barricate in un quartiere ricco della città. Hanno scatenato un parapiglia e hanno poi aperto il fuoco uccidendo una signora e ferendo una decina di “escualidos” (gli squallidi – sono chiamati così gli antichavisti). La faccenda però è finita lì.
Se il risultato del Referendum e il lavoro organizzativo sono stati sicuramente positivi, nei giorni immediatamente successivi, si è però aperta una crisi interna al “chavismo”.
Le assemblee “della vittoria” dei Comando Maisanta e delle UBE,convocate subito dopo il 15 agosto, si sono infatti trasformate in momenti di duro scontro fra i delegati facenti capo ai partiti istituzionali chavisti ( Movimiento Quinta Republica –MVR- e Patria Para Todos –PPT- principalmente) da una parte,e quelli espressi dalle comunità e dalle organizzazioni rivoluzionarie di base, dall’altra.
Sicuramente lo scontento era già nell’aria prima, ma non era emerso per la decisione generale di non mettere a rischio la conferma di Chavez .
Le cause dell’attrito sono varie.

a) Da una parte, sono legate a una certa pratica politica dei partiti istituzionali.
Da diverso tempo c’era un malcontento diffuso nelle comunità di base nei confronti dei “burocrati”, cioè dei funzionari di partito e dell’amministrazione, accusati di definirsi “rivoluzionari” ma che nei fatti si comportano esattamente come i vecchi democristiani e socialdemocratici prima al potere. Burocrati che sono arrivati al potere con promesse di lottare contro la corruzione, ma che invece sono stati i primi a praticare, insieme al nepotismo e all’affarismo. Una frotta di persone che passa il proprio tempo negli uffici senza mai mettere piede nei quartieri popolari, nei luoghi di lavoro, o nelle campagne, che si stanno sempre più allontanando dai problemi reali dei lavoratori e della gente in generale, e che si arricchiscono sempre più, mentre la maggioranza della popolazione, ancora oggi, vive in condizioni di grande miseria. Burocrati che pretendono dirigere questo Processo dall’alto, ignorando quello che ne costituisce la linfa stessa, e cioè la partecipazione popolare e tutte quelle esperienze che ne sono espressione, come le assemblee di quartiere, i comitati di salute (che, come abbiamo visto in precedenza, aiutano volontariamente i medici cubani), i comitati di terra urbani, quelli dei contadini….
Il distacco e, addirittura, il conflitto fra questi due modi di intendere la politica sono emersi con chiarezza quando si sarebbero dovuti istituire l’anno scorso i “Consigli di Pianificazione Locale”.
Questi, teoricamente, erano organi dove avrebbe dovuto concretizzarsi il modello di democrazia partecipativa delineata nella Costituzione, sia per la presenza oltre che del sindaco e degli assessori competenti, anche di rappresentanti delle comunità, sia perché in essi dovevano nascere le prime esperienze di bilancio partecipato e di veto popolare su progetti di investimenti pubblici e anche privati relativi alla comunità.
Tutto questo rappresentava ovviamente un pericolo immenso per i partiti istituzionali che rischiavano così di perdere il loro ruolo decisionale, e per questo hanno fatto tutto quello che era possibile per boicottarli fino a farli definitivamente abortire.

Per loro la partecipazione popolare e le esperienze di comunità organizzate potevano andare bene fino a quando queste riguardavano questioni meramente pratiche legate al barrio ( la favela n.d.r.), come l’allacciamento dell’elettricità e del gas o la costruzione delle fognature e delle scale.
Ma dal momento che le comunità cominciavano ad essere luoghi di partecipazione politica “autonomi” rispetto alle decisioni dei poteri centrali, con posizioni politiche proprie anche critiche, allora andavano tenute a bada.
Dopo la questione dei Consigli di pianificazione c’è stato poi l’esperienza negativa del Comando Ayacucho, che era nato come esperienza antesignana del Comando Maisanta. Ma e’ durato poco. Il comando Ayacucho è stato sciolto dopo soli due mesi dalla sua nascita ad aprile, in seguito allo scandalo delle firme raccolte dai chavisti per poter sottoporre al referendum revocatorio sia gli eletti legati all’opposizione, sia i chavisti considerati “light” o addirittura “traditori” dalla base, che “sono andate perse”. Ciò ha scatenato un pandemonio in tutto il paese e i membri sono tutti stati costretti a dimettersi, accusati di essersi messi d’accordo con la Coordinadora Democratica, e di avere ricevuto soldi da questa per salvarsi la poltrona a vicenda.
Infine c’è stato il fattore detonante che ha causato lo strappo nella base chavista: le candidature per le elezioni amministrative del 30 ottobre 2004.
Chavez, infatti, aveva lanciato la candidatura dei “suoi” uomini per i posti di governatore dei differenti Stati (il Venezuela è una Repubblica Federale n.d.r.) nel lontano aprile 2003, senza consultare assolutamente la base, in palese contraddizione con l’articolo 67 della Costituzione Bolivariana che parla di “partecipazione da protagonista del popolo”. A molti, questo, non è andato giù, e le cose sono peggiorate dopo il 15 agosto, con la nomina dei candidati a sindaco e di quelli a consiglieri comunali e di quartiere, “calati anche loro dall’alto”.
Di fronte a questa situazione politica “bloccata” e ai continui rifiuti dei partiti di confrontarsi sulle candidature avanzate dalla base, e ancora di più di organizzare elezioni primarie, le comunità esasperate hanno deciso di percorrere una propria strada autonoma, presentando propri candidati alternativi in quanto leader sociali riconosciuti e rispettati come tali a livello locale.
Questo è stato un momento difficile ma è stato anche importante perché per molti ha rappresentato un momento di rottura in quello che era il rapporto fra il popolo e Chavez.
Fino a quel momento Chavez era il santo fra i santi, l’intoccabile, l’uomo perfetto che non si poteva criticare. E nessuno pensava di farlo. Ma il colpo di mano sulle candidature è stato l’episodio di troppo, per tutti quei militanti che quotidianamente portano avanti le lotte e i vari programmi sociali dei quali si autoglorifica il governo, senza i quali non esisterebbero nemmeno; militanti che in molte zone del paese tutt’ora controllate dall’oligarchia - grazie alla forte rete di potere sulla quale può ancora contare (con i soldi comprano poliziotti, giudici, militari, funzionari) – rischiano la vita per fare applicare le leggi che tutelano i diritti dei lavoratori e dei contadini.

b) Le tensioni che sono andate crescendo nel paese sono il frutto dell’ambiguità del progetto economico, politico e sociale proposto come “rivoluzione”. Ambiguità che ha potuto sopravvivere e non emergere fintanto che lo scontro con l’oligarchia è stato forte e totalizzante. Ma quando la coalizione reazionaria ha iniziato sgretolarsi, a causa degli interessi particolari anche contrastanti fra loro, e della forte eterogeneità dei suoi componenti (ciò che ha portato, per finire, allo scioglimento di fatto della Coordinadora Democratica nel settembre 2004), paradossalmente, questo ha messo a nudo anche le contraddizioni interne al chavismo.
La principale è la coesistenza di due prospettive politiche e di sviluppo profondamente diverse, e addirittura antitetiche fra loro: quella di un capitalismo “dal volto umano” o “sostenibile” e la prospettiva socialista. Fino ad ora, tale coesistenza è stata possibile da una parte, come si è detto, perché lo scontro con l’opposizione era concreto e quotidiano e questo lasciava poco tempo ai confronti interni, dall’altra perché dietro alla definizione di “lotta al neoliberismo selvaggio” e di antimperialismo un po’ tutti si ritrovavano. Sia coloro che mirano ad uno sviluppo economico nazionalista e libero dall’egemonia straniera, ma pur sempre capitalista, (scontro interno alla borghesia dove una emergente classe media vuole disfarsi dal dominio pressante della vecchia oligarchia) - con la prospettiva di uno Stato moderno e “democratico” di tipo europeo (sic!),dove, si realizzerebbero, però, anche forme di cooperazione economica e finanziaria col “vecchio nemico” come lo dimostrano i sempre maggiori accordi firmati fra la società venezuelana di idrocarburi PDVSA con società Europee e Statunitensi per lo sfruttamento di petrolio, carbone e gas, non ultimo quello con la Statoil (Norvegia) e la Chevron-Texaco (USA), che concede nuovi giacimenti nel Delta dell’Orinoco (i cosiddetti Blocchi 2, 3 e 4) per lo sfruttamento del gas -sperano di ricavarne 5bilioni di piedi cubi- (El Universal 7/8/2004) - sia coloro che mirano a instaurare un nuovo modello sociale ed economico, previo ribaltamento totale dei rapporti di classe e di quelli fra capitale e lavoro.
Sono vari, infatti, i casi di fabbriche che sono state occupate e autogestite dagli operai durante la serrata del 2002-2003, che hanno continuato ad esserlo fino ad oggi: la CNV, la Fenix, la Industrial de perfumes, la Codima. Il caso più mediatizzato è stato quello di Venepal, società di imballaggio di proprietà francese, che ha dichiarato il fallimento nel 2003, dove gli operai sono riusciti dopo due anni di lotte e autogestione a farla nazionalizzare da Chavez lo scorso 19 gennaio con il decreto 3438.
Questo avvenimento ha rappresentato una grande vittoria per tutti i lavoratori che vedono nel processo bolivariano un momento fondamentale grazie al quale raggiungere nuovi modelli di rapporti produttivi, come appunto l’autogestione o la cogestione. Una vittoria che, però, avrà bisogno ancora di altri “fratellini” perché le dichiarazioni ufficiali anche in questo caso sono state molto ambigue. Chavez ha infatti dichiarato: “l’esproprio di oggi è una misura eccezionale…”, ”non toglieremo la terra, se è vostra è vostra…ma prenderemo tutte le fabbriche chiuse o abbandonate. Tutte. E invito tutti i dirigenti operai a seguire queste indicazioni”. “Il capitalismo neoliberista è la fase suprema della follia capitalista; qui stiamo costruendo un nuovo modello. La classe operaia deve essere unita, imparare e partecipare…”.

Malgrado questo esempio, adesso che la situazione nazionale si è stabilizzata, i nodi vengono al pettine. E questo non solo per il Venezuela: questo è il grande dilemma che riguarda tutta l’America Latina, con la sua sempre più forte integrazione e la sua aspirazione a diventare un nuovo blocco che conta in una prospettiva di mondo multipolare.
Le basi di questo blocco latinoamericano sono state cimentate dal Mercosur,dalla Comunità Andina di Nazioni (CAN) e, come viene documentato nei precedenti articoli, è il primo, il Mercosur il soggetto promotore dell’integrazione regionale.
Il Venezuela è diventato il motore di questa integrazione e Chavez ha continuato con la sua offensiva diplomatica anche dopo la sua riconferma, compiendo vari viaggi nel sub-continente americano (ma non solo), rafforzato dall’entrata del Venezuela come membro associato nel Mercosur, assieme poi al Messico.
Il 14 settembre inizia l’Incontro di Manaus, in Brasile; si svolgono vari eventi di cooperazione binazionale fra Brasile e Venezuela: la VIII riunione dei Ministri degli Esteri della Organizzazione del Trattato di Cooperazione Amazzonica (OTCA) durante il quale viene sottoscritto il Piano Strategico 2004-2012 “per la conservazione dell’Amazzonia, l’uso sostenibile della selva e per uno sviluppo sostenibile per gli abitanti della regione”.
In margine all’incontro Lula-Chavez si svolge inoltre l’Incontro Imprenditoriale Binazionale di Integrazione che ha generato un gran numero di accordi economici. Temi principali dell’incontro fra delegazioni di imprenditori: lo sviluppo di settori come energia, industria, commercio; accordi finanziari, monetari, cambiari; integrazione di infrastrutture, trasporti e telecomunicazioni; cooperazione agricola, agroindustriale e turismo.
Vengono sottoscritti vari Memorandum d’intesa. Quello fra la Corporazione Venezuelana de Guayana (CVG) – ente nazionale venezuelano che gestisce le risorse dell’Oriente del paese- e la zona franca di Manaus (Sufranca), in tema di cooperazione tecnica e interistituzionale; quello di cooperazione finanziaria fra Brasile e Venezuela; quello fra Corpozulia (ente nazionale che gestisce le risorse dell’Occidente del Vzl-e la compagnia Vale do Rio Doce del Brasile, in tema di cooperazione per lo “sviluppo minerario integrale”col quale viene deciso di aumentare lo sfruttamento del carbone in Venezuela, specialmente nell’occidente del paese, e vengono attribuiti nuovi giacimenti a società brasiliane. E’ importante fare un inciso al riguardo. Nella Guajira, regione del Nord-ovest del Venezuela, alla frontiera con la Colombia stanno crescendo i movimenti di protesta, di indigeni e contadini, contrari allo sfruttamento del carbone, per via del suo impatto a livello ambientale e della salute dei lavoratori e degli abitanti della regione (deforestazione, riduzione falde acquifere, inquinamento). Così, è nato da poco il Fronte comune in difesa dell’acqua che si propone di bloccare quei progetti considerati nocivi per tutti e ha lanciato una grande manifestazione di fronte a Miraflores, il prossimo 30 marzo, per ribadire che i modelli di sviluppo economico e sociali devono essere espressione della volontà popolare, non potendo solo perseguire l’interesse economico. Questi movimenti sono duramente attaccati e criminalizzati per queste posizioni.
Nell’incontro fra Lula e Chavez è stato discusso anche di un progetto di creazione di una banca dell’America del Sud. A fine 2003 gli interscambi commerciali fra Brasile e Venezuela ammontavano a 1600 milioni di dollari, ma calcolano che il potenziale di interscambio possa raggiungere i 5000 milioni di dollari, sviluppando settori di interesse comune come l’acciaio, il petrolio, l’alluminio, i plastici e il turismo.
Per questo, si è tenuto un ulteriore summit binazionale nella Isola Margarita (Vzl) dal 23 al 25 novembre 2004, presenti Chavez, Lula, 250 imprenditori brasiliani e 250 venezuelani. In quest’occasione il presidente del Banco de Comercio Exterior (Bancoex) sig. Alvarez crea un fondo di 159 milioni di dollari di sostegno alle piccole e medie imprese per favorire un interscambio diretto fra imprese;
Nello stesso tempo il Banco Nacional de Desarrollo Economico e Social (BANDES) brasiliano, sostiene il finanziamento di parte della costruzione di una centrale idroelettricasul Rio Caroni – 1000 milioni di dollari sui 2500 previsti per il progetto.
Viene ribadita la necessità di un maggior dinamismo nelle relazioni regionali. Vi saranno quindi maggiori incontri fra i rispettivi Capi di Stato, fra i Ministri degli esteri (Commissione Binazionale di Alto Livello – COBAN), dei viceministri degli Esteri (Mecanismo Politico de Consulta - MPC) e dei loro 12 gruppi di lavoro.
A Cartagena de Indias, in Colombia, Chavez ha incontrato a novembre il presidente Uribe per risolvere gli screzi nati dall’ultimo “incidente di frontiera”, lo scorso 17 settembre, quando sono rimasti uccisi in un’imboscata ben 5 militari della FAN e una ingegnera di PDVSA. Chavez, subito dopo l’accaduto, aveva attribuito la responsabilità del fattaccio al governo colombiano, colpevole secondo lui di stimolare la violenza e l’instabilità nella zona di frontiera.
Nell’incontro Chavez ha ripetuto che non appoggiava la guerriglia colombiana, e che non voleva che il Venezuela fosse coinvolto nel conflitto colombiano. Allo stesso tempo ha sottoscritto, insieme ad Uribe, nuovi accordi volti al perfezionamento della rete di interconnessione energetica. Hanno passato in rivista i progetti transfrontalieri di gasdotti e oleodotti che collegano le zone produttrici dell’Oceano Atlantico con quelle consumatrici del Pacifico Asiatico e Americano.
Questi progetti, così come quelli che coinvolgono il Brasile, sono parte dell’Iniziativa di Integrazione Regionale del Sud America (I.I.R.S.A.), primi passi dell’integrazione dei paesi dell’America Latina. Nell’ottica della creazione di un blocco latinoamericano, integrato a livello economico, monetario, politico, poliziesco e militare, è necessario per il capitale (sia esso nazionale o straniero) creare quella rete di infrastrutture necessarie allo sviluppo delle economie nazionali: strade, ferrovie, ponti, porti che permetteranno uno sfruttamento e una commercializzazione maggiore delle enormi risorse naturali ed energetiche dell’America del Sud.

Come sottolinea il Prof Carlos Romero dell’Università Centrale del Venezuela (UCV) a IPSnoticias “esiste un chiaro interesse colombiano ad approfittare della sua posizione geografica come via di transito per quello che sarà il commercio degli idrocarburi dopo il 2020, soprattutto quello del gas naturale come energetico di punta. E’ un interesse congruente con il Venezuela, proprietaria delle maggiori riserve di gas della regione- 146 miliardi di piedi cubi, con la speranza di aggregarne altri 170 miliardi, senza scordare i 26 miliardi di Trinidad e Tobago”.
Il presidente venezuelano si è recato poi in Spagna dove ha incontrato il primo ministro Zapatero. Qui critica Aznar e in questo viene seguito dal ministro degli esteri spagnolo che accusa apertamente il governo Aznar di aver sostenuto il colpo di Stato dell’aprile 2002. Vengono altresì firmati nuovi accordi commerciali fra cui: nuovi investimenti della società petrolifera spagnola Repsol in Venezuela (anch’essa coinvolta nel golpe del 2002), e il contratto di manutenzione di parte della flotta di PDVSA per la Spagna, dove saranno riparate le navi.
Chavez ha continuato il suo “tour”. In Libia ha ricevuto il premio Gheddafi per i diritti umani.
In Russia incontra Putin e compra decine di elicotteri e 100.000 fucili per la FAN.
In Iran è ricevuto da Kamhenei e firma accordi di cooperazione, principalmente in macchinari agricoli e telecomunicazioni.
Prima di tornare nel continente americano è stato anche in Qatar, dove ha raggiunto un’intesa per nuovi negozi congiunti di gas naturale.
Chavez sottoscrive poi accordi con Repubblica Domenicana, Paraguay, Bolivia e Cile, per vendere loro idrocarburi in condizioni preferenziali, sul modello di rapporto che Messico e Venezuela hanno con i paesi dell’America Centrale e dei Caraibi dal 1980.
Il 9 dicembre ’04 inizia il Summit Sudamericano di Cuzco in Perù. Chavez vi afferma la possibilità di una cooperazione più spinta fra i paesi dell’America Latina e promuove il progetto di creazione di PetroAmerica PetroSur e PetroCaribe (integrazione dei paesi produttori di idrocarburi dell’America Latina).
Il 10 dicembre Chavez ordina la preparazione di battaglioni di riserva e migliori dotazioni per la FAN, “per essere in condizione di difendere la sovranità del Paese che è minacciata”, ricordando l’adagio “se vuoi la pace preparati alla guerra”.
Come afferma a IPS, la specialista in relazioni colombo-venezuelane, Beatriz de Majo: “Gli accordi fra Uribe e i gruppi paramilitari delle Autodefensas Unidas de Colombia (AUC) prevede la smobilitazione di 3000 uomini e questo implica un successivo intervento dell’esercito regolare, scontri che non faranno che far dilagare la violenza anche in Venezuela”.
Al riguardo è bene ricordare un avvenimento di notevole gravità accaduto il13 dicembre ma reso pubblico solo a gennaio. Un gruppo di poliziotti colombiani entrati “clandestinamente” in Venezuela, sequestrano in piena Caracas un membro della Commissione Internazionale delle Farc-EP, Granda, e se lo portano via in Colombia. Per un mese è il black-out. Nessuno a livello istituzionale prende posizione né parla dell’accaduto. Bisognerà aspettare il 7 gennaio per sentire Chavez attaccare pubblicamente il governo Colombiano di aver organizzato questo atto in palese violazione della sovranità nazionale e del diritto internazionale –ufficialmente per non intralciare le indagini che hanno portato all’arresto di veri membri dell’esercito venezuelano (fra cui alcuni ufficiali) per complicità-.
La tensione fra i due paesi è fortissima e il Venezuela interrompe addirittura le relazioni diplomatiche ed economiche. A Caracas si svolge una grossa mobilitazione popolare a difesa della sovranità nazionale. Comunque in nome dei crescenti interessi comuni e della stabilità regionale le rispettive diplomazie stanno ora cercando di normalizzare la situazione. Oltre ai progetti comuni di infrastrutture (oleodotti, gasdotti), Venezuela e Colombia avevano visto il loro rapporto commerciale crescere enormemente. Nei primi cinque mesi del 2004 le esportazioni colombiane verso il Venezuela erano cresciute del 119,4% rispetto al 2003, per un totale di 450 milioni di dollari come affermato dal Dipartimento di Statistiche Nazionale colombiano –Dane- (Panorama 5 Agosto).
Nello stesso tempo (dicembre 2004) si svolge a Caracas “l’incontro mondiale degli intellettuali in difesa del pianeta” dove sono presenti fra l’altro Noam Chomsky, James Petras e rappresentanti del PT brasiliano dei SemTerra, del FSLN del Nicaruaga, del FMLN del Salvador, del MAS boliviano, del PC cubano e del movimento Pachakuti dell’Ecuador. Viene ribadito il disastro economico e sociale compiuto in America Latina in nome del neoliberismo, e la necessità di creare forme di integrazione maggiori fra i paesi sudamericani per combattere il gigante nordamericano e affermare un modello differente da quello dell’ALCA.
Alberto Garrido, professore alla Università delle Ande (ULA) dichiara a IPSnoticias “Chavez cerca di dare una dimensione regionale, latinoamerica, alla sua rivoluzione bolivariana, e lo fa a tappe. Questo creerà conflitti con gli interessi degli USA, la quale punta di lancia è il Plan Colombia, iniziato per la lotta al narcotraffico, e ora il Plan Patriota come piano militare contro la guerriglia”.
Il 15 dicembre Chavez è ricevuto da Fidel Castro alla Avana.
Il 23 dicembre si reca in Cina dove incontra il Presidente della Repubblica Popolare Cinese Hu Jintao, il Primo Ministro Wen Jibao e il vicepresidente Zen Qinghong. Firma accordi commerciali dove il governo cinese si impegna ad accendere un credito di 40 milioni di dollari per lo sviluppo dell’agricoltura venezuelana, in cambio di investimenti cinesi nel progetto di rete ferroviaria venezuelana. Inoltre Chavez apre agli investimenti delle imprese cinesi in 15 zone di produzione di crudo in Venezuela e offre di vendere più di 120.000 tonnellate di combustibile, nell’ottica di ridurre la dipendenza venezuelana di vendita agli Stati Uniti del NordAmerica- infatti fino ad ora il Venezuela vende agli USA la metà del petrolio che produce.
Di fronte a questa situazione, il Processo Bolivariano si trova di fronte ad un bivio. Potrà realmente definirsi “Rivoluzione” solo se il movimento popolare venezuelano riuscirà organizzarsi in modo forte ed autonomo, superando le divisioni e i settarismi che lo caratterizzano, e se riuscirà ad integrare le rivendicazioni dei contadini, degli operai e degli strati popolari più poveri che vivono nei barrios, in una direzione di reale cambio, e di creazione di un fronte politico unitario che possa permettere di fare quella giusta pressione, come nel caso di Venepal, tali da costringere le istituzioni “rivoluzionarie” a compiere trasformazioni realmente radicali, nel quadro del modello di sviluppo, dei rapporti di produzione industriale, e in quello dell’esproprio delle terre, che fino ad ora è stato tutto sommato relativo vista la grandezza dei latifondi tuttora esistenti, e che ha seguito classici canoni di indennizzo, magari a oligarchi che da sempre hanno oppresso e massacrato i contadini.



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